Arena di Verona, Festival d’estate 2020: “Gianni Schicchi”

Arena di Verona, Festival d’estate 2020
“GIANNI SCHICCHI” 
Opera comica in un atto, Libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini
Gianni Schicchi   LEO NUCCI
Lauretta   LAVINIA BINI
Zita   ROSSANA RINALDI
Rinuccio   ENEA SCALA
Gherardo   MARCELLO NARDIS
Nella   ROSANNA LO GRECO
Gherardino  ZENO BARBAROTTO
Betto di Signa   BIAGIO PIZZUTI
Simone  GIORGIO GIUSEPPINI
Marco  GIANFRANCO MONTRESOR
La Ciesca  ALICE MARINI
Maestro Spinelloccio  DARIO GIORGELÈ
Ser Amantio di Nicolao  NICOLÒ CERIANI
Pinellino  MAURIZO PANTÒ
Guccio  NICOLÒ RIGANO
Orchestra dell’Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Ideazione scenica a cura di Leo Nucci
Verona, 21 agosto 2020
Dopo tante miscellanee con sinfonie, cori e arie d’opera, la parentesi wagneriana, le forzature tardobarocche e la proposta insolita del Requiem mozartiano, ecco affacciarsi all’anfiteatro veronese l’opera intesa in senso compiuto e alla quale eravamo abituati da sempre. Opera completa, dunque, seppure in un atto unico e in forma semiscenica. Gianni Schicchi è il terzo titolo che costituisce il celebre Trittico, nel quale la morte si presenta sotto tre aspetti differenti: l’omicidio a sfondo passionale che fa de Il tabarro un lavoro facilmente assimilabile al verismo (dal quale tuttavia Puccini tiene le distanze), la catarsi di Suor Angelica ove il suicidio della protagonista non è l’elemento di eterna dannazione ma il momento supremo dell’incontro con il figlio sotto la benedizione della Vergine. E poi lo Schicchi dove la morte (che ribaltando l’immagine stereotipata dell’opera lirica avviene all’inizio, anzi è già avvenuta all’alzata del sipario) è la causa scatenante dei dissidi tra i congiunti del trapassato per la cospicua eredità. Una commedia, sul modello dell’opera buffa di richiamo rossiniano con scene da “Parenti serpenti”.
L’allestimento nato dalla solida e navigata esperienza teatrale di Leo Nucci, che ne ha ideato anche i movimenti scenici, si avvaleva di pochi e scarni elementi: un letto con fantoccio (Buoso Donati), un attaccapanni, due o tre bauli. L’ambientazione era sine tempore con costumi più o meno moderni e col petulante Gherardino a palleggiare con la maglia di Bernardeschi ai tempi della militanza nella Fiorentina. La compagnia di canto, sotto la supervisione di Nucci, era formata da due giovani ma già affermati interpreti: il ragusano Enea Scala, nato come tenore rossiniano ma che di fatto si è già cimentato col Verdi di Rigoletto, Traviata e Falstaff ha decisamente un bel timbro ma il suo Rinuccio risulta un poco forzato con ingrossamento innaturale nel registro grave. Auguriamoci che scelte di repertorio poco oculate non vadano a compromettere anzitempo uno strumento che dovrebbe seguire una naturale maturazione per arrivare a un  repertorio di un certo peso. Lauretta era l’empolese Lavinia Bini, una voce limpida e cristallina che ha avuto la sua apoteosi di consensi nella celebre O mio babbino caro presentata con accenti accorati di intenso lirismo; non dimentichiamo che si tratta di un’aria di impianto drammatico inserita in un contesto comico, un gioiello meraviglioso che riassume tutta la genialità di Puccini.Nel ruolo del protagonista, come già detto, vi era Leo Nucci eletto a nume tutelare della serata ma dalla vocalità ormai consunta: tanto di cappello al suo sol acuto che riesce ancora a sfoderare ma i cantabili di un tempo, che ne fecero uno dei più grandi Rigoletti hanno lasciato ormai spazio a dei parlati scenici (e non sempre comprensibili). Purtroppo anche l’aspetto scenico interpretativo, che potrebbe compensare l’usura vocale, è inficiato da alcune gigionate sopra le righe e da certe scelte discutibili (anche presentare come bis, a fine opera, Largo al factotum). Tuttavia l’illustrazione del piano diabolico (Ah, vittoria … vittoria! Ma non capite?) ha mantenuto quel carattere grottesco così raffinatamente sottolineato da Puccini con influenze blues (nel 1918 il jazz era già arrivato in Europa); del resto il personaggio dello Schicchi è tra quelli favoriti del celebre baritono. Sul piano della correttezza il resto della compagnia di canto. Francesco Ivan Ciampa, già presente da qualche anno al Festival, ha diretto con piglio sicuro ma non sempre con pregnante presenza; la sua è stata una lettura corretta ed allineata alla tradizione, senza particolari bagliori. Un ottimo accompagnatore di voci che ha saputo trovare la quadratura di questa singolare opera con tanti personaggi ma con pochissimi momenti di concessione lirica. La partitura pucciniana del resto viaggia da sola, basta solo individuarne la pura essenza ed i punti cruciali a sostegno della narrazione. Al termine, secondo una tradizione nata e consolidata in questo festival atipico, largo spazio ai bis: riproposte le arie di Rinuccio e Lauretta, una parentesi totalmente avulsa con Largo al factotum (occorreva comunque glorificare la grande carriera di Nucci) e il finale con quel Ladro … che tanto ha divertito il pubblico. Un debutto positivo, comunque, per un Puccini inedito all’Arena di Verona. Foto Ennevi © Fondazione Arena

 

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