Gioachino Rossini (1792-1868): “Le comte Ory” (1828)

Opera in due atti su libretto di Eugène Scribe e Charles-Gaspar Delestre-Poirson. Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre de l’Académie Royale de Musique, 20 agosto 1828.
Primi interpreti: Adolphe Nourrit (Comte Ory); Laura Cinti-Damoreau (Comtesse de Formoutiers), Constance Jawureck (Isolier), J.Mori (Ragonde), Nicholas-Prosper Levasseur (Le Gouverneur), Henri-Bernard Dabadie (Raimbaud).
Prima differenza, sostanziale ed evidentissima, tra Le Comte Ory e le precedenti opere italiane consiste nel genere. L’Ory non è un’opera buffa, ma semmai semplicemente comica. Con ciò non si vuol dire che Rossini avesse dato con L‘Italiana, il Barbiere, la Cenerentola opere buffe nel senso dato al termine dalla vecchia scuola napoletana. Al contrario egli aveva elevato quelle vicende e quei ruoli alla categoria universale del comico. Pur tuttavia le sue opere italiane conservavano gli antichi personaggi di estrazione popolare, dalle caratterizzazioni fortemente tipizzate. Don Basilio, Don Magnifico, Mustafa sono personaggi (persino nella tipologia vocale) buffi e la loro comicità assume tratti di assoluta protervia.
Le Comte Ory invece offriva a Rossini materia completamente nuova. Mancano nella vicenda personaggi buffi e ridicoli, dal momento che a rigore non lo è nemmeno l’Ajo, ma è semmai il conte stesso a compiacersi di aspetti caricaturali (esattamente l’opposto di quel che avveniva nell’opera buffa italiana, dove gli innamorati sono gli unici personaggi seri dell’azione). Nel libretto sono le situazioni ad essere farsesche, come l’assalto al castello e la scena del brindisi-preghiera. Cinici giocatori, i protagonisti dell’opera non possono essere ridicoli o patetici, come un qualunque tutore italiano. Qui è in vista un esito opposto a quello di un felice matrimonio conclusivo. Le Comte Ory è insomma la storia di un’impresa erotica tentata e non portata a termine, ad onta degli accorgimenti del protagonista che ricorre ad una serie successiva di travestimenti ed autopresentazioni diverse: il tutto per non far vedere di essere il terribile Conte Ory, che ha fama di essere invincibile seduttore. Così, travestito da eremita, da innamorato galante, da pellegrina, egli può raggiungere finalmente alla agognata metà, la soglia della camera della Contessa. Ma invece che nelle braccia di lei, si trova in quelle del suo paggio-doppio.

Una vicenda allusiva, il cui sottile erotismo è sottolineato anche nel linguaggio, ora galante, ora decisamente sboccato, ma sempre di gusto francese e ben lontano da quello “fondato e sodo” dei libretti italiani ben inquadrati nelle loro, metafore classiche. Per cui se l’opera buffa italiana era quella in cui nulla sarebbe dovuto succedere (questo matrimonio non s’ha da fare) e tutto invece succedeva alla conclusione, Le Comte Ory è l’opera in cui tutto è predestinato a succedere e nulla invece accade. Sulla soglia delle imprese perfetta il galante seduttore si trova immerso nel buio e in un labirinto senza uscita. Col paggio tra le braccia e nel bel mezzo del terzetto “A la faveur de la nuit obscure” tocca al Conte la condanna di certi personaggi danteschi che trattano l’ombra “come cosa salda”. (…)
Nulla è dunque casuale in quest’opera, tantomeno il fatto che il terzetto si dissolva in quell’aforistico finale, breve e non consequenziale come quello di Semiramide, o, per altro verso, di Otello. Il terzetto aveva messo a nudo la ferita: lì la realtà si era fatta labile, la meta incerta, l’oggetto inafferrabile e, quando afferrato, diverso. Così  si negava l’intreccio, quell’intreccio sano e a “lieto fine” della vecchia opera Buffa che, a dire il vero, era risultato stretto anche al Rossini di un Turco in Italia o di una Cenerentola. punto Ma se si nega lintreccio all’opera si nega l’opera. Profeticamente, al par di un Fellini ante-litteram, Rossini sembra dire che l’opera d’arte è impossibile e che, se possibile, non può consistere altro che nella constatazione dell’incapacità di essere scritta e realizzata.
Perigliosa equazione sulla quale Rossini si era ormai accampato. assai prima che Freud teorizzasse  dell’impotenza di Don Giovanni e che Barthes parlasse dell’erotismo come rinvio, per Rossini l’azione si realizzava nel una attuarsi, il gioco  diveniva fine a se stesso, l’erotismo era uguale ad impotenza. Non commedia, né opera compiuta nel senso  che si può suol dare a quella che intende trasmettere  certezze assolute, le Comte Ory è piuttosto il lavoro di un musicista  ormai ad un punto massimo di capacità di scrittura, ma che ha perso la fiducia nelle possibilità di scrivere per il teatro, perché ha perso la fiducia nel teatro come epifania del reale o del realizzabile, di un mondo comunque rappresentabile. Il segreto del successivo silenzio di Rossini, sul quale si sono versati tanti fiumi di inchiostro, è già prefigurato sul pentagramma di questo sconcertante”trompe-d’oeil”.(Estratto da “La notte di Ory” di Bruno Cagli, Pesaro, 1984)
In allegato il libretto dell’opera

 

 

 

 

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