Giuseppe Verdi (1813-1901): “Alzira” (1845)

Tragedia lirica in un prologo e due atti, su libretto di Salvatore Cammarano  dalla tragedia Alzire, ou les Américains di Voltaire.
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 12 agosto 1845
Primi interpreti: Eugenia Tadolini (Alzira),Salvetti (Zulma), Gaetano Fraschini (Zamoro), Filippo Coletti (Gusmano), Marco Arati (Ataliba), Domenico Ceci (Ovando), Giuseppe Benedetti (Otumbo), Gaetano Rossi (Alvaro)

Che l’opera Alzira appartenga al Verdi minore è ormai assodato. Altrettanto certo però che non si può meritare il giudizio emesso dall’autore medesimo: “Quella è proprio brutta”. Si tratta di un lavoro affrettato, caduto in un momento in cui il compositore, preso nell’ingranaggio di una produzione teatrale vertiginosa incontrollabile, badava a  soddisfare i suoi moltissimi impegni. Furono quelli, fra il 1843 e il 1847, gli anni che Verdi, riassumendo le tappe della sua prodigiosa carriera, chiamò  poi “anni di galera “; anni dai quali emergono momenti di straordinaria ispirazione ma nel quali noi non troviamo (all’infuori, forse, di Macbeth), un melodramma totalmente convincente in ogni sua parte.
Sensibilissimo agli stimoli esterni, ossia all”impressione” che un determinato soggetto, un  personaggio, una scena potevano esercitare su di lui, non si può dire che il nostro Maestro dovesse trovarsi particolarmente colpito dal libretto fornitogli da Salvatore Cammarano derivato dalla tragedia “Alzire, ou les Américains di Voltaire. Di certo, per Voltaire lo scettico Verdi provava  una forte  simpatia; nel caso specifico, il Voltaire di Alzire, rigettando il suo agnosticismo, esaltava la dottrina Cristiana del perdono e dell’invito alla fratellanza, così da toccare un’altra corda del cuore del musicista. In Alzira Verdì poteva anche nuovamente trattare il tema della libertà dei popoli e  negli Indios peruviani, opressi della dominazione spagnola, si potevano facilmente nascondere i fratelli italiani oppressi dalla dominazione austriaca. Verdi, sottolinea questo contrasto tra i soldati spagnoli che brindano alla vittoria e il triste ingresso dei prigionieri Incas. Possiamo azzardare che ci troviamo di fronte a un primo esperimento di quella che sarà, nella scena del trionfo dell’Aida, l’opposizione tra gli egizi trionfanti e la mesta  sfilata dei prigionieri etiopi. Verdì mostrò sempre riprovazione per ogni atto colonialista. Giudicherà “fioeui de cani” gli inglesi in India e non sarà meno leggero nei confronti degli italiani in Africa: “Dicono che andiamo là per portare a quella gente la civiltà. Blella civiltà la nostra, con tante miserie che porta con sé. Quella gente non sa che farsene, anzi in molte cose assai più civile di noi!”. Va anche evidenziata la scena di Alzira che pur di salvare l’amato Zamoro, accetta di sposare il governatore Gusmano, suo grande nemico. Momento molto vicino al duetto Leonora-Conte di Luna nel Trovatore.
Quello che nella tragedia di Voltaire era mancato e che adesso mancava nel libretto di Cammarano era una grande “coup de theatre”, quel momento drammatico che si dovrebbe percepire già all’inizio di un’azione drammatica e che poi sopraggiunge,  fatale, necessario, insostituibile. In altri termini se lo stesso argomento, rimaneggiato e meglio adattato alle esigenze del teatro lirico avrebbe potuto risvegliare più decisamente l’estro del compositore e rendere più attento il suo senso di autocritica.
Ricordiamo inoltre come Verdi, durante l’intero anno 1845, avesse sofferto di violenti disturbi allo stomaco e come, di conseguenza dai dolori, la sua capacità di lavoro riusultasse penalizzata. A riprova di tale disagio fu il tentativo di ottenere dall’impresario del San Carlo di Napoli, Vincenzo Flauto, una proroga alla data di consegna della partitura. Flauto non solo non concessa alcuna dilazione, ma  non prese nemmeno troppo sul serio la malattia del Maestro, si limitò a rispondergli di ingerire qualche goccia di tintura di assenzio e, soprattutto, di correre al più presto a Napoli, dove il clima e “l’eccitabilità del Vesuvio” avrebbero agito meglio di qualsiasi medicina.
In sostanza, ciò che manca ad Alzira è proprio il famoso “colore” verdiano, ossia quella tonalità, quell’accento, quel timbro generale che individualizza ogni Opera e, staccandola nettamente da tutte le altre, ne fa qualcosa di unico ed indimenticabile.Il Maestro, sempre preoccupato di conferire a ciascuno dei suoi melodrammi il suo particolare “colore”, parve pensare, ad un certo punto di introdurre in Alzira qualche cosa di “esotico”, qualche cosa che avrebbe potuto rendere l’idea di un Perù lontano e favoloso, dominato dalla crudeltà dei “Conquistadores” spagnoli.
Questa esoticità egli tentò di realizzarla attraverso certi  ritmi della sinfonia, attraverso quei  “movimenti di bolero”, scoppiettanti qua e là lungo il corso dell’opera, attraverso il coro di Ancelle nel secondo atto; ma restò  quasi sempre nel generico e nel decorativo. Gli mancò, insomma, l’unghiata, il marchio della grande invenzione.
Ciò non vuol dire che in questo opera “minore” mancano i momenti di intensa suggestione musicale. Ricordiamo, nell’atto primo, la cavatina di Alzira (“Da Gusman, su fragil barca”), la scena in cui Alzira si ritrova con Zamoro già creduto morto e a stento regge il peso di una gioia troppo forte, il finale dell’atto.Nell’atto secondo,  il già citato duetto Alzira-Gusmano e la solennità del finale dell’opera, quando Gusmano, morente, riconosce i suoi torti, perdona i nemici e, con questo suo gesto, invita Zamoro a inchinarsi davanti alla legge di Cristo. La “prima assoluta” di Alzira al San Carlo di Napoli, non fu un trionfo. Pubblico e critica l’accolsero piuttosto freddamente. Insuccesso che ne segnò inesorabilmente il cammino. In allegato il libretto dell’opera

 

 

 

 

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