Ferdinando Paer (1771-1839): “Leonora, ossia L’amore coniugale” (1804)

Opera in due atti, libretto di Giovanni Schmidt, dall’originale  francese di Jean Nicholas Boully.
Prima rappresentazione: Dresda, Hoftheater, 3 ottobre 1804
A tutt’oggi il compositore parmigiano Ferdinando Paer non ha goduto di molta attenzione nei cartelli teatrali e nell’ambito della storia della  storia della musica, che lo ricorda principalmente perché autore di questa Leonora, che precede l’opera omonima di Beethoven di solo un anno (del 1805). Grazie a Peter Maag (1919-2001), che l’aveva riesumata a Parma nel 1974 (poi ripresa a Schwetzingen nel 1976 e successivamente alla RAI di Milano nel 1979 e, nello stesso anno, incisa per la Decca). Un lavoro di recupero importante che ci ha permesso di  farci un’idea più precisa di questo operista prerossiniano che conobbe una certa fortuna a Parigi ea Vienna, tanto che Beethoven fu costretto, quando presentò la seconda versione della sua opera, A cambiare il titolo da Leonora in Fidelio Pooh per riguardo al maestro italiano più vecchio (e a quel tempo anche più conosciuto di lui).

In realtà la Leonora di Paer, andata in scena per la prima volta a Dresda il 3 ottobre 1804, ebbe subito un grandissimo successo, in parte attribuibile alla popolarità del  soggetto, già messo in musica da altri operisti, e in parte, come possiamo constatare all’ascolto di questa registrazione, ai meriti di una musica ben costruita, elegante, sobria e aderente all’azione. Naturalmente il paragone con Beethoven non può che essere nel’insieme schiacciante, ma occorre prenderne le distanze e ammirare le linee classiche della partitura sin dall’overture, certo non  fremente e appassionata e densa di contenuti emotivi come una qualsiasi delle quattro versioni scritte da Beethoven per il suo dramma, ma nondimeno chiara, ariosa e in più dotata di una melodia cantabile, assai moderna per l’epoca, anticipatrice di un Donizetti. I due personaggi femminili sono complessivamente i più riusciti, e Marcellina, la cui importanza è molto superiore rispetto a quello dello stesso personaggio “trattato” da Beethoven, beneficia, come la protagonista, di una grande aria che mette in risalto le doti virtuosistiche di una cantante. Sono due atti equilibrati fra loro più di quanto non lo siano i due atti del Fidelio beethoveniano, l’uno comico e l’altro drammatico, di piacevolissimo ascolto. Non si può che ammirare l’abilità di questo operista esperto, e in molti punti anche ispirato, e lamentarci di non poter ancora ascoltare altre sue opere (nel 2019 abbiamo assisistito alla riprese dell’Agnese a Torino che, con Camilla, nel XIX° secolo eclissarono Leonora che sono considerati i suoi capolavori). Nella registrazione live del Festival di Schwetzingen  del 1976, emergono le interpreti di rispettivamente di Marcellina, l’ottima Maria Casula (cantante che avrebbe meritato una maggiore valorizzazione),  che destreggia, con voce corposa,  il canto di coloratura e di Leonora affidata al timbro luminoso e al buon temperamento drammatico di Clarice Carson. E forse più di tutti va lodato il maestro Mag, il quale, forte di un lungo passato mozartiano, si dedicò con successo  alla riscoperta del repertorio lirico del primo Ottocento italiano.

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