Johann Simon Mayr (1763 – 1845). “Le due duchesse, ossia La caccia dei lupi” (1814)

Opera semiseria in due atti su libretto di Felice Romani. Young-Jun Ahn (Edgard), Jaegyeong Jo (Loredano), Eun-Hye Choi (Malvina), Markus Schäfer (Enrico), Jörn Lindemann (Artur), Harald Thum (Ruggiero), Tina Marie Herbert (Laura), Anna Feith (Betzi), Samuel Hasselhorn (Berto), Niklas Mallmann (Guglielmo), Andreas Mattersberger (Pietro). Simon Mayr Chorus  e membri del Bavarian State Opera Chorus, Theona Gubba-Chkeidze (maestro del coro); Concerto de Bassus, Franz Hauk (direttore). Registrazione: Kongregationssaal, Neuburg an der Donau, 18-27 settembre 2017. 2 CD NAXOS 8.660422-23 / 2020

La vita musicale italiana tra gli ultimi anni del Settecento e il pieno affermarsi del genio di Rossini è un cantiere sperimentale in cui concezioni diverse del futuro dell’opera s’incontrano e scontrano senza che ancora appaia chiara la linea che risulterà vincitrice. Questa situazione spiega l’assenza di autentici capolavori sulla scena italiana a differenza di quanto accade ad esempio in Francia dove la linea neo-classico imperiale sta vivendo una stagione Sfolgorante.
Tra i protagonisti più interessanti di quella stagione è Johann Simon Mayr, bavarese di nascita, cresciuto nel solco della tradizione del classicismo viennese evidente soprattutto nella cura della scrittura orchestrale arricchita di un senso melodico di chiaro gusto italiano ereditato soprattutto da compositori napoletani della fine del Settecento. In pochi anni Mayr conquista con i maggiori palcoscenici italiani. Nel 1813 a Genova mette in scena “La rosa bianca e la rosa rossa” ispirata alla guerra civile inglese del tardo XV secolo con il libretto affidato al giovane talento di Felice Romani.
L’ambientazione medioevale inglese e la collaborazione con Romani si ritrovano nel 1814 quando alla Scala viene presentata “Le due duchesse, ossia La caccia dei lupi”. La vicenda è ispirata a una tragedia di William Mason che rileggeva con gusto neoclassico le tragiche vicende delle lotte di potere nell’Inghilterra anglosassone ai tempi di re Edgardo il Pacifico (943-975) e di Aelfthryth del Wessex. Il tema era già servito da modello a Giovanni Paisiello che nel 1972 ne aveva presentato a Napoli una versione su libretto di Ranieri de Calzabigi con il finale modificato per inserire il lieto fine d’ordinanza.
Il libretto di de Calzabigi insieme alla versione francese di Louis-Charles Caignez per le musiche di Adrien Quisain rappresenta il diretto modello di Romani. Quello che si nota è un anticlimax progressivo dalla tragedia di Manson al dramma a lieto fine di Paisiello fino alla nuova versione di Mayr – Romani in cui l’opera acquisisce caratteri decisamente semiseri. La scelta del dramma semiserio è probabilmente dovuto alla ricerca di una maggior libertà rispetto alle convenzioni formali dell’opera seria. Rispetto ai modelli si nota una deriva in senso larmoyante della protagonista – che muta anche il nome di Elfrida in quello ossianico di Malvina – e vede l’introduzione dei personaggi buffi del guardiacaccia Berto e di Laura domestica di Malvina.
La presente registrazione – eseguita presso la Kongregationssaal di Neuburg an der Donau nel settembre 2017 – permette di godere di un’opera caratterizzata da una freschezza inventiva e da una piacevolezza di ascolto davvero apprezzabili. Se in altri lavori di Mayr ci era parso di ascoltare un alto mestiere non sempre affiancato da un’ispirazione altrettanto alata qui, invece, nel clima più leggero e stilizzato dell’opera semiseria, Mayr appare particolarmente a proprio agio. Conosce e si muove con naturalezza tra i vari stilemi, alterna serio e comico con maestria sia nel rapporto tra i numeri della partitura sia all’interno di un singolo brano – si veda la cavatina di Edgar costruita secondo i più rigorosi stilemi dello stile serio ma che nella stretta evolve in un ländler di carattere spiccatamente popolare – raggiungendo un perfetto equilibrio.
In molti punti è evidente come l’astro nascente di Rossini influenzi certe soluzioni del vecchio maestro ma Mayr riesce sempre a mantenere una sua individualità, in quest’opera colpisce una sensibilità già decisamente pre-romantica che non solo emerge dal colore medioevale che si sparge sulla vicenda – con cori di cacciatori e canzoni trobadoriche a creare la giusta atmosfera – ma soprattutto nei sentori elegiaci e melanconici che anticipano la generazione dei Dioscuri di cui uno – Donizetti – fu di Mayr il più geniale allievo.
Protagonista di questa riscoperta è Franz Hauk sicuramente il più fervente sostenitore della causa di Mayr ai nostri tempi e responsabile anche dell’edizione critica dell’opera. Alla guida degli abituali complessi del Concerto de Bassus – formato dai migliori studenti della Hochschule fur Musik und Theater Munchen – e del Simon Mayr Chorus (rinforzato da membri dell’Opera di Stato bavarese). Il direttore conosce questa musica alla perfezione e la esalta al meglio evidenziandone la ricchezza della scrittura orchestrale, la raffinatezza timbrica, la seducente facilità melodica. L’ottima qualità di ripresa al riguardo aiuta a dare una visione pienamente convincente almeno per questo aspetto.
I problemi emergono – inevitabilmente – passando al cast. Queste opere erano pensate per compagnie di autentici fuoriclasse – alla prima scaligera parteciparono tra gli altri due leggende della vocalità belcantista come Giovanni David (Edgard) e Filippo Galli (Loredano) – mentre oggi le grandi produzioni sembrano disinteressate a questo repertorio lasciato a realtà più piccole che,  che per ovvie ragioni, non possono schierare cast rilevanti. Questa compagnia è composta da cantanti giovani e volenterosi che fanno quanto possono davanti a una partitura complessa, uscendone  in modo comunque onorevole. Una pecca – riscontrabile in quasi tutti gli interpreti – è una certa estraneità alle ragioni profonde del canto italiano, la mancanza d’interpreti madrelingua è evidente nel frasggio – non sempre impeccabile  – ma anche nell’impostazione tecnica e nell’emissione più “alla tedesca”.
Eun-Hye Choi è una Malvina dalla voce piccola ma agile, precisa e musicale. La natura è di soprano lirico-leggero e nei momenti più drammatici si sente la mancanza di una maggior robustezza ma nel canto più lirico si fa apprezzare così come pulite sono le colorature. Al suo fianco si apprezzano la convinzione e le qualità espressive della Laura di Tina Marie Herbert, il cui timbro più morbido crea un buon contrasto con la padrona. Chiude il lotto delle parti femminili la brillante Betzi di Anna Feith.
Young-Jun Ahn (Edgar) è un tenore lirico dalla voce luminosa e squillante e dall’apprezzabile squillo acuto ma paga più di altri una sostanziale estraneità all’emissione italiana. Markus Schäfer canta con gusto e senso dello stile la parte del Conte Enrico ma il timbro delicato manca un poco di autorevolezza. Apprezzabile l’impegno di Samuel Hasselhorn nella parte del cacciatore Berto cui è affidata la brillante canzone “Ascoltate figlie oneste” tutta intrisa di sapore popolaresco. La voce però è fin troppo chiara e come sempre le parti di buffo sono quelle che più risentono del non controllo della lingua essendo le più legate al gioco delle inflessioni e dei dettagli espressivi del testo. Jaegyeong Jo è un Loredano di buona presenza vocale e funzionali le parti di fianco. Opera da conoscere e che si spera possa attirare l’attenzione anche di strutture con maggiori possibilità rispetto alla pur meritoria iniziativa di Neuburg.

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