Giuseppe Verdi (1813-1901): “Il Trovatore” (1853)

Dramma lirico in quattro atti su libretto di Salvatore Cammarano, completato da Leone Emanuele Bardera, tratto dal dramma “El trovador” di Antonio Garcia Gutiérrez. Prima rappresentazione: Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio 1853.
Dalla primavera del 1851 Verdi e la Strepponi si sono trasferiti nella Tenuta di Sant’Agata, in una piccola casa che nel corso degli anni subirà modifiche e ampliamenti. Lontano dai pettegolezzi e immerso nella pace della campagna, il musicista può finalmente lavorare solo su soggetti di suo gradimento e senza preoccuparsi di una loro possibile esecuzione. Ha già messo al lavoro due librettisti: Cammarano sta lavorando su El trovador dello spagnolo Antonio Garcia Gutiérrez, a Piave propone invece quello che definisce “un soggetto semplice e affettuoso”.
Verdi, che da tempo superato quella deferenza di confronti di Cammarano, non è soddisfatto della prima impostazione del libretto e subito chiarisce la sua visione dell’opera: uno schema epico-narrativo. Proprio in quest’ottica nasce e va interpretato Il Trovatore, tutti immerso in una perenne e  irreale atmosfera notturna. È una notte silenziosa, lo ribadiscono più volte i personaggi: “Tacea La notte placida” canta Leonora e “Tace la notte” ribadisce il Conte di Luna. Non vi sono temporali, come in  Rigoletto, qui la notte assiste immota ai racconti dei vari personaggi. l’opera si apre con il capitano Ferrando che narra l’antefatto. e poi la volta di Leonora che racconta il suo passato incontro con il Trovatore. Nell’aria “condotta ell’ra in ceppi”. Azucena, con il suo carattere ossessivo che le proprio, unisce passato e presente. Segue Manrico, che in “Mal reggendo all’aspro assalto” racconta il suo duello con il Conte. Solo nel terzo atto, quando Azucena è catturata, passato e presente arrivano a unirsi e da questo momento la vicenda passa un tragico e ineluttabile presente.
In contrasto con la notte, cupa e avvolgente, ma anche fredda, quasi priva di vita, c’è un altro elemento costante, il fuoco. E non è solamente quello del rogo che ossessiona Azucena è l’ardore delle passioni che anima i vari protagonisti: “Perigliosa fiamma tu nutri” dice Ines, rivolgendosi a Leonora, e la stessa, poco prima di morire esclama: “… la mano è gelo… “. Ma qui, toccandosi il petto,”… fuoco orribile arde… “. E ancora il  Conte di Luna esclama : “Ah, l’amorosa fiamma, m’arde ogni fibra.
Nel Trovatore si respira un’atmosfera che potrebbe di finire di ballata epico-romantica e in questo contesto i personaggi si riappropriano di un linguaggio che Verdi sembra aver del tutto eliminato, un eloquio nuovamente schematico, fatto di recitativi,  arie e cabalette. Ma è giusto che sia così per questa cupa favola assolutamente fuori dal tempo.
Con Il Trovatore si chiude fatalmente la collaborazione di Verdi con Salvatore Cammarano. Nel luglio del 1852 il librettista muore a lavoro incompiuto il completamento del libretto, sulla base dei suoi appunti, è operato da Leone Emanuele Bardare, un letterato napoletano. Lo spartito è completato da Verdi nel dicembre del 1852 e l’opera può andare in scena il 19 gennaio 1853 al teatro Apollo di Roma. Il   successo enorme il pubblico è accorso in massa a teatro, anche se il Tevere ha straripato in più punti, avrebbe potuto in qualche modo mettere a rischio la prima. la forza travolgente di questa opera, potente immediata, ha vinto la forza delle acque!

Dal Trovatore al Trouvère
Nel 1854 mentre Verdi si trova a Parigi per le rappresentazioni de Les vêpres siciliennes, il Thèâtre italien mette in scena Il Trovatore. Il cast di primo ordine e annovear  Erminia Frezzolini (Leonora), Adelaide Borghi-Mamo (Azucena) e Francesco Graziani (Il conte di Luna). Il compositore ha l’opportunità di assistere alle prove e a margine a questa e rappresentazione(la prima è avvenuta il 26 dicembre 1854 ) Verdi, in una lettera al De Sanctis, scrive: “Non v’ho scritto del Trovatore qui: del resto voi sapete come andarono le cose. In quanto a me so soltanto che si sono fatte dieci recite filate (cosa che non avviene mai) e che il teatro principalmente nelle ultime quattro sera era affollatissimo…”.
Dopo il successo de Les vêpres siciliennes all’Opéra il 13 giugno 1855, la direzione del dello stesso teatro chiede a Verdi una versione in stile “grand-opéra” del Trovatore. Iniziano così le trattative che si rivelano abbastanza lunghe. Verdi non è solo attento gli aspetti finanziari, ma anche alla qualità dello spettacolo: il teatro gli deve assicurare interpreti e messa in scena adeguati. Solo nell’autunno del 1856, superato ogni ostacolo, hanno inizio le prove del Trouvère tradotto in francese da Émilien Pacini. Tutti gli interpreti di questa edizione sono di primo ordine: Louis Gueyrmand (Manrique), Pauline Gueyermand-Lauters (Léonore), la Borghi-Mamo (Azucena) e Marc Bonnehée (conte). La prima rappresentazione ha luogo la sera del 12 gennaio 1857. Positivo il riscontro di pubblico e critica. Questo Trovatore francese presenta un accurato lavoro di rifinitura dell’orchestrazione, che si presenta più raffinata e rifinita. Nel terzo atto, dopo il coro dei soldati, troviamo l’inserimento del balletto, pezzo d’obbligo per le scene parigine. Nel quarto atto viene soppressa la cabaletta di Leonora “Tu vedrai che amore in terra”, pagina al lungo tagliata anche nella versione italiana. Completamente nuovo è il finale dell’opera: dopo la morte di Leonora, nella versione italiana lo scioglimento della vicenda è rapidissimo, in quella francese invece, mentre Manrique è condotta al patibolo vi è una ripresa del coro del “Miserere”, sul quale ha luogo un breve dialogo tra Manrique e Azu cena, mentre l’orchestra evoca il tema cantato di Léonore e Manrique durante il “Miserere”. Rullano i tamburi e il Conte trascina la zingara perché possa vedere la morte del trovatore.

 

 

 

 

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