Franz Schubert (1797 – 1828): Sinfonia n. 9 in do maggiore D. 944 “La grande”

Franz Schubert (Liechtenthal 1797 – Vienna 1828)
Sinfonia n. 9 in do maggiore D. 944 “La grande”
Andante, Allegro ma non troppo-Andante con moto-Scherzo: Allegro vivace-Finale: Allegro vivace
“Lo dico subito apertamente: chi non conosce questa Sinfonia conosce ancor poco lo Schubert; e questa lode può sembrare appena credibile se si pensa a tutto quello che Schubert ha già donato all’Arte”
Questa perentoria affermazione di Robert Schumann, tratta da un suo articolo intitolato La sinfonia in do maggiore di Franz Schubert e pubblicato nel 1840 sulla rivista da lui stesso fondata e diretta, «Neue Zeitschrift für Musik», costituisce un’autorevole testimonianza dell’importanza di questo capolavoro sinfonico, riscoperto proprio da Schumann mentre era in visita a Vienna nel mese di gennaio del 1839, come egli stesso ebbe modo di raccontare sempre nello stesso articolo:
“Tornando a casa, mi venne in mente che viveva ancora un fratello di Schubert, Ferdinand, che, come sapevo, Schubert stesso aveva amato assai. Andai tosto da lui e lo trovai somigliante al fratello (secondo l’aspetto del busto che vidi accanto alla tomba del maestro), più piccolo, ma saldamente complesso, e nell’espressione del suo viso si leggeva lealtà e musica in egual misura […]. Egli mi raccontò e mi fece vedere molte cose, alcune delle quali, colla sua autorizzazione, erano state anche prima comunicate alla Rivista sotto il titolo di Reliquie […]. Fra l’altro, mi vennero mostrate le partiture di parecchie sinfonie, molte delle quali non sono ancora state eseguite, anzi spesso furono messe da parte, dopo ritoccate perché troppo difficili e troppo ampollose […]. Chi sa quanto tempo anche la Sinfonia, di cui oggi parliamo, sarebbe rimasta coperta di polvere e nell’oscurità, s’io non mi fossi tosto inteso con Ferdinand Schubert d’inviarla a Lipsia alla direzione del Gewandhaus ed all’artista stesso che li dirige [Mendelssohn], al cui acuto sguardo difficilmente sfugge la più timida bellezza sbocciante, e perciò tanto meno quella splendida e magistralmente abbagliante. Così si realizzò la cosa. La sinfonia giunse a Lipsia, venne udita, compresa, di nuovo udita con gioia e quasi universalmente ammirata. L’operosa casa editrice Breitkopf ed Haertel comprò l’opera e la privativa, ora finalmente è pronta nelle parti, e presto lo sarà in partitura, come noi desideriamo per l’utilità e il bene di tutti”.
Un alone di mistero avvolge, tuttavia, la genesi e la composizione di questo preziosissimo gioiello sinfonico, riportato da Schumann alla luce dalle tenebre di un baule; secondo un’ipotesi formulata dal musicologo M. Brown la Sinfonia in do maggiore “La grande” corrisponderebbe ad una Sinfonia, composta nel 1825, della quale si fa cenno in alcune lettere di Schubert e in particolare in una del 31 marzo 1824 indirizzata a Leopold Kupelwieser, nella quale si legge:
“In fatto di Lieder non ho scritto gran che di nuovo, ma in compenso mi sono esercitato in numerosi lavori strumentali: ho scritto due Quartetti… e un Ottetto, e ho in mente di scrivere un altro quartetto. Voglio così preparami a comporre una grande sinfonia”.
Dall’epistolario di Schubert si ricava, inoltre, che il compositore iniziò a lavorare ad una sinfonia tra giugno e luglio del 1825 mentre si trovava nell’incantevole località di Gmunden e che la completò non molto tempo dopo durante un soggiorno a Gastein. Di questa sinfonia, chiamata Gmunden-Gastein dai luoghi in cui fu composta, si persero completamente le tracce tanto che uno dei più importanti biografi di Schubert, Alfred Einstein, fratello del noto fisico Albert, si rammaricò del fatto che il compositore non la inviò alla casa editrice Schott, come promesso in una lettera del 21 febbraio 1827, commentando:
“E pensare che egli avrebbe potuto inviare anche questa sinfonia [la Gmunden-Gastein], che forse sarebbe così giunta fino a noi!”
Alcuni recenti esami, condotti sul manoscritto, del quale sono state analizzate la calligrafia e la qualità della carta, sembrano, però, confermare l’ipotesi di Brown. Hilmar, che ha avuto modo di analizzare il manoscritto, ha sostenuto, confermando l’identificazione della Grande con la Gmunden-Gastein, che la data di composizione apposta sull’autografo è il 1825 e non il 1828, anno in cui la sinfonia sarebbe stata completata, e che la qualità della carta e la calligrafia farebbero pensare ad un’elaborazione piuttosto lunga; probabilmente la sinfonia era stata sicuramente completata entro il 1826, dal momento che Schubert in quell’anno la inviò con una dedica alla Società Filarmonica di Vienna che la rifiutò giudicandola troppo lunga e troppo difficile.
La Sinfonia fu eseguita, per la prima volta, al Gewandhaus di Lipsia il 21 marzo 1839 dopo la segnalazione di Schumann, a cui si fa riferimento nell’articolo precedentemente citato, sotto la direzione di Mendelssohn che, avendo intuito di trovarsi di fronte ad un capolavoro, la amò particolarmente e la diresse per altre due volte. La Sinfonia non ebbe la stessa fortuna alla prima londinese e a quella parigina; qui l’orchestra diretta da Habeneck nel 1844 si rifiutò di proseguire nell’esecuzione dopo il primo movimento. Nel frattempo anche la Società Filarmonica di Vienna il 15 dicembre del 1839 aveva deciso di eseguire la sinfonia inserendola in un programma piuttosto strano per le nostre abitudini; furono eseguiti, infatti, soltanto i primi due movimenti intercalati da un’aria tratta dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti. L’ascolto parziale della sinfonia non impedì ad un anonimo recensore dell’«Allgemeine Musikalische Anzeiger» di stroncarla e di esprimere un giudizio affrettato e per nulla condivisibile:
“Dopo i due movimenti di questa Sinfonia, nessuno può mettere in dubbio il fatto che Schubert avesse una profonda conoscenza dell’arte della composizione; ci sembra però che egli non sapesse padroneggiare con altrettanta sicurezza le masse tonali. Così questa Sinfonia è una specie di schermaglia di strumenti, da cui non riesce ad emergere un disegno efficace. A dire il vero c’è un filo rosso che si snoda attraverso l’intero lavoro, ma è troppo stinto perché si possa individuarlo sempre con precisione. A mio parere quest’opera sarebbe stato meglio lasciarla dov’era”.
Non si può non sottoscrivere, invece, il giudizio di Schumann il quale nel già citato articolo rilevò con fine ed acuta intelligenza che:
“In questa sinfonia si cela qualcosa di più di una semplice melodia e dei sentimenti di gioia e di dolore che la musica ha già espresso altre volte in cento modi; essa ci conduce in una regione dove non possiamo ricordare d’essere già stati prima: per consentire in tutto ciò, si deve ascoltare profondamente una simile opera. Oltre ad una magistrale tecnica musicale della composizione, qui c’è la vita in tutte le sue fibre, il colorito sino alla sfumatura più fine, v’è significato dappertutto, v’è la più acuta espressione del particolare e soprattutto infine v’è diffuso il romanticismo che già conosciamo in altre opere di Franz Schubert”.

La sensazione di essere trasportati in un mondo sconosciuto si avverte già dall’ascolto dell’Andante introduttivo del primo movimento; è questa, infatti, una pagina intensamente evocativa, aperta dai corni che introducono il tema e conclusa da un’intensa perorazione che conduce all’Allegro ma non troppo in forma-sonata con un primo tema energico a cui si contrappone il secondo affidato ai legni. Un terzo tema, esposto dai tromboni, introduce la coda della lunga esposizione del movimento. La cantabilità, presente nella produzione liederistica di Schubert, è trasferita dalla voce agli strumenti nel lirico secondo movimento, Andante con moto, oscillante dal punto di vista formale tra il Rondò e le variazioni, la cui struttura è riassumibile nello schema A-B-A’-B’-A’’. Dopo un inizio misterioso l’incantevole voce dell’oboe introduce un tema cantabile e di straordinaria bellezza mentre ogni parte viene ripresa in una forma variata. Una scrittura energica ed un’eleganza viennese si mescolano in una perfetta fusione nello Scherzo nel quale spicca il tema popolaresco esposto dagli archi a cui rispondono i legni. Molto elegante è il tema del Trio, nel quale alcune armonie di dominante conferiscono ad alcuni passi una certa forma di inquietudine tutta romantica. Di straordinaria vitalità ritmica è l’ultimo movimento, Allegro vivace, in forma-sonata, aperto da un tema pieno di slancio con il suo ritmo puntato a cui si contrappone un secondo tema più cantabile sul quale è strutturata quasi interamente la sezione di sviluppo.

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