Venezia, Teatro La Fenice: Myung Whun Chung dirige la Prima Sinfonia di Gustav Mahler

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2020-202
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Myung Whun Chung
Gustav Mahler: Sinfonia n. 1 in re maggiore “Titano”
(versione definitiva, in quattro movimenti)
Venezia, 15 maggio 2021
Continua con notevole successo la Stagione Sinfonica del teatro La Fenice, alla presenza del pubblico. In questo concerto, era sul podio dell’orchestra del teatro un beniamino del pubblico veneziano, il maestro Myung Whun Chung, alle prese con il primo lavoro sinfonico di Gustav Mahler. La composizione della versione originale della Prima Sinfonia impegnò Mahler per circa quattro anni, dal 1884 al 1888, il sottotitolo indicava il lavoro come Symphonische Dichtung in zwei Teilen (Poema sinfonico in due parti), peraltro ulteriormente diviso in cinque movimenti. Un programma dettagliato comparve solo in una successiva versione, ultimata il 16 agosto 1893, sempre in due parti e cinque movimenti – ora distinta dal titolo Titan, tratto dal romanzo Der Titan di Jean-Paul Richter, scrittore del primo Romanticismo, prediletto da Mahler – e corredata da didascalie, contenenti precisi riferimenti letterari e pittorici, in particolare al romanzo di Richter, a illustrazione di ogni movimento. In questa veste la partitura venne eseguita ad Amburgo il 27 ottobre 1893; ma Mahler finì per giudicare queste indicazioni programmatiche troppo vincolanti, se non fuorvianti per il pubblico. Così dopo la terza esecuzione a Weimar (3 giugno 1894), eliminò il secondo movimento, Andante, ossia Blumine, oltre ad ogni didascalia, intitolando l’opera semplicemente Sinfonia in re maggiore. In questa versione definitiva essa venne eseguita a Berlino il 16 marzo 1896 e data alle stampe.
Ricca di sfumature come di contrasti è risultata l’interpretazione di Chung, che spaziava su un’amplissima gamma dinamica, agogica e timbrica, ad offrire una lettura della partitura mahleriana, volta a metterne in evidenza, tra l’altro, la pluralità di riferimenti a generi musicali “minori” – dalle fanfare militari, che l’autore udiva da bambino, a danze di sapore popolaresco – e a contenuti, soprattutto di carattere naturalistico, che non potevano non riaffiorare nell’esecuzione di questa versione, per quanto priva di ogni esplicito riferimento extra-musicale. Anche nei momenti di più intensa espressività non è mai venuta meno, in questa esecuzione, l’eleganza stilistica, compreso l’ultimo e più esteso movimento, in cui compaiono violenti accordi e dissonanze.
Particolarmente lento e misterioso è risuonato l’episodio iniziale del primo movimento, Langsam, schleppend, wie ein Naturlaut – Im Anfang sehr gemächlich (Lento, strascicato, come un suono della natura – All’inizio molto tranquillo). Sul lungo pedale degli archi – con sonorità acute, cui si è contrapposta quella scura dei contrabbassi, ad evocare con particolare statica solennità, il mistero della profonda unità della Natura – ben presto si stagliava la cellula tematica della sinfonia, l’intervallo di quarta discendente, presentato dai legni. Poi remoti squilli di tromba e ripetuti versi del cuculo, costituiti da una quarta discendente e affidati agli strumenti a fiato, hanno creato una trepidante atmosfera di attesa, cui è seguito un tema di gioiosa esultanza – tratto dal secondo dei Lieder eines fahrenden Gesellen,“Ging heut’ morgen übers Feld” (Me ne andavo stamane sui prati), su cui si basa buona parte del movimento – reso con perfetta coesione dai violoncelli, e poi ripreso a canone dai fagotti e in successione da vari altri strumenti (violini, trombe, corni, ecc.), in un continuo alternarsi di tensioni e distensioni, luci e ombre, per poi tornare all’atmosfera sospesa e misteriosa dell’inizio. Magistrale, come si è accennato, la direzione del maestro coreano – ovviamente sorretto, qui come altrove, da un orchestra encomiabile in ogni sua sezione – nel caratterizzare questi elementi contrastanti, che nascono dai colori cangianti dell’orchestrazione come da un ricorrente contrappunto tematico.
Pieno di allegria si è aperto il rustico Scherzo, Kräftig bewegt, doch nicht zu schnell (Vigorosamente mosso ma non troppo presto), dalle ruvide sonorità, in forma tripartita con le parti estreme nel ritmo ternario di un Ländler, animato dal dialogare delle varie sezioni dell’orchestra, mentre al centro si dipanava la graziosa melodia del Trio, in cui hanno brillato gli archi, ma anche legni ed ottoni
Indicato originalmente come Marcia funebre, il terzo movimento, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen (Solenne e misurato, senza strascicare), si basa sulla celebre filastrocca in forma di canone “Bruder Martin” (“Frère Jacques” in francese, “Fra’ Martino” in italiano), ma qui proposta in modo minore, a conferirle un carattere appunto funereo. Scandita lentamente da un intervallo di quarta discendente dei timpani, la melodia è stata introdotta con il giusto accento dal contrabbasso, cui si sono aggiunti, in canone, fagotto, violoncello, basso tuba e via via l’intera orchestra, mentre l’oboe si abbandonava a scanzonati interventi. Poi il clima è decisamente cambiato, lasciando il posto ad una delle sezioni più anticonformiste di questa sinfonia, in cui si utilizzano piatti, grancassa, oboi, clarinetti e duo di trombe, ricreando un’orchestrina klezmer, retaggio delle radici ebraiche del compositore. Successivamente, dopo un breve ritorno del canone di apertura, si apriva un intermezzo melodico intensamente espressivo, dal carattere più contemplativo – con materiale dal quarto dei Lieder eines fahrenden Gesellen, “Die zwei blauen Augen” (Due occhi azzurri) –, cui seguiva, dopo varie elaborazioni dei temi precedenti, il sommesso finale, basato sull’onnipresente intervallo di quarta.
Un’esplosione dell’orchestra, accentuata da un dirompente colpo di piatti – un lampo repentino che illumina un cielo nuvoloso, nelle intenzioni dell’autore –, ha segnato l’inizio del movimento conclusivo, Stürmisch bewegt (Tempestosamente agitato), che poi sfocia in un motivo eroico degli ottoni, interrotto da violente esclamazioni dei legni. Questo clima acceso e tumultuoso si è dissolto gradualmente per lasciar posto a un disteso cantabile, in cui Chung ha adottato tempi piuttosto dilatati e sonorità diffusamente morbide, a sottolinearne la struggente bellezza. In seguito l’espressività si e fatta sempre più febbrile, fino al culmine di un potente climax orchestrale; dopodiché la tensione si è stemperata in una sorta di nostalgico sguardo all’indietro, con ripetizioni più o meno testuali di elementi dei movimenti precedenti, prima dell’apoteosi finale – che combina contrappuntisticamente i vari temi tra fragorosi interventi degli ottoni –, resa da Chung con particolare solennità, attenuando – ci è sembrato – quel tono eccessivamente trionfalistico, che si coglie in altre interpretazioni. Lunghi minuti di entusiastici applausi alla fine, con acclamazioni per il maestro e l’orchestra.

 

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