“Coloratura!” (4)

Abbiamo già detto che coloratura deriva da colorare, che vuol dire aggiungere colore a una melodia, il termine ha anche dei sinonimi, in musica si usa ad esempio la parola “abbellimento” sia per la musica vocale che per quella strumentale, un termine ancora più squisitamente tecnico è “diminuzione”, perché ogni forma di abbellimento o di coloratura su una melodia con una base di note larghe come valore, sostituite, sovrapposte a gruppi di note di minor valore ad esempio possiamo avere un “gruppetto “o una “terzina”. Nella vecchia scuola italiana abbiamo già detto che la coloratura era un po’ il diritto dell’interprete,  in funzione di coautore. Questo per quasi tutto il 1700 in particolare nella  scuola napoletana. Anche con Rossini i cantanti, malgrado egli scrivesse gli abbellimenti per esteso, potevano o meglio dovevano nelle riprese delle cabalette inserire degli abbellimenti di loro gusto. Nella scuola francese la coloratura è arrivata relativamente tardi, infatti francesi erano inizialmente fedeli al canto legato al testo e alla declamazione del verso poetico. Nell’Ottocento in Francia abbiamo una scuola Nazionale, se così possiamo dire che derivava soltanto in parte da Rossini, il più vicino al pesarese era  Giacomo Meyerbeer, che appartiene alla scuola francese, anche se nato  in Germania e formato in Italia, alla scuola di Rossini. Meyerbeer  è il codificatore del Grand-Opéra che mette in particolare evidenza soprattutto L’effetto. È uno spettacolo calibrato e e calcolato nei minimi termini, fatto espressamente per quella grande borghesia francese che reggeva il Secondo Impero.  In Meyerbeer  la coloratura ha un suo ruolo effettistico, assolutamente non in senso spregiativo.
Un’altra opera di Meyerbeer in cui la coloratura ha un aspetto fondamentale è “L’l’etoile du Nord”. Momento culminante della partitura è l’aria “C’est bien lui” nella quale appare un aspetto di cui abbiamo già parlato riguardo la pazzia di Lucia e cioè la gara tra lo strumento e la voce umana. Anche qui il gioco tra la voce  e il flauto raggiunge vertici di mirabolante virtuosismo.
Momento culminante del canto di coloratura in Meyerbeer lo troviamo in Dinorah, Opéra-Comique che ha un’ambientazione abbastanza insolita per i gusti dell’epoca, nel mondo pastorale della Bretagna. Qui troviamo questa ragazza,  un po’ folle per un amore infelice  e che ormai vive lontana dalla collettività con la sua capretta. La scena più famosa della Dinorah è l’aria “Ombre légère”…” In una notte la fanciulla, sola, impaurita, scopre di avere la propria ombra che le fa compagnia, così  danza e dialoga con essa. Oggi di quest’opera possiamo dire che è rimasta solo  quest’aria che è stata favorita da tutti i soprani di coloratura.
Non è questa solo la sola opera che vive su un’aria, o su pochi brani, Sorprende che, molto spesso,  molti compositori hanno affidato ad arie  di bravura Il destino dei propri lavori,  questo avviene soprattutto in Francia.  Pensiamo ad esempio ad Ambroise  Thomas, noto soprattutto per la Mignon, assai raramente sulle scene contemporanee. Rimane invece l’aria di coloratura  “Je suis Titania” resta, assieme all’aria di Mignon, una delle pagine più famose di questa opera.
Lo stesso discorso lo possiamo applicare anche all’altra opera più famosa di Thomas, l’Hamlet, anch’essa però poco rappresentata.  In quest’opera il momento musicale rimasto in repertorio (accanto al “brindisi” intonato dal protagonista) è la grande scena della follia di Ofelia, pagina di grande effetto e virtuosismo vocale.
Di un altro autore, Léo Delibes, l’opera più celebrata è la Lakmé.  Anche per questo titolo, la vita scenica non è certo di primo piano. Sopravvivono poche pagine, in primis la cosiddetta  “aria delle campanelle”, per il tipico effetto vocale, adeguatamente accompagnata  dallo strumento  che imita il campanello. Qui abbiamo l’elemento “esotico”, quello che i francesi chiamavano “La couleur locale”. Questo è un po’ il limite della coloratura francese, una ricerca di colori esotici, climi che rendevano la musica talvolta stereotipata, un po’ troppo  esteriore. (Fine quarta parte)

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