Torre del Lago, 67° Festival Puccini: “Turandot”

Torre del Lago (LU), Gran Teatro “Giacomo Puccini”, LXVII Festival Puccini
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni.
Musica di Giacomo Puccini con finale di Luciano Berio
Turandot EMILY MAGEE
Il principe Calaf  IVAN MAGRÌ
Timur NICOLA ULIVIERI
Liù EMANUELA SGARLATA
L’Imperatore Altoum KAZUKI YOSHIDA
Ping GIULIO MASTROTOTARO
Pong MARCO MIGLIETTA
Pang ANDREA GIOVANNINI
Un mandarino FRANCESCO FACINI
Il principe di Persia GIOVANNI CERVELLI
Due ancelle FLEUR STRIJBOS, LUISA BERTERAME
Orchestra, Coro e Coro delle Voci Bianche del Festival Puccini
Direttore John Axelrod
Maestro del Coro Roberto Ardigò
Maestro del Coro delle Voci Bianche Viviana Apicella
Regia Daniele Abbado
Scene e Luci Angelo Linzalata
Costumi Giovanna Buzzi
Nuovo Allestimento Fondazione Festival Puccini in coproduzione col Teatro Goldoni di Livorno
Torre del Lago, 24 luglio 2021
Finalmente nella Casa di Puccini si esegue l’unico dei tre finali approntati per “Turandot” che possa essere davvero all’altezza del Maestro, cioè quello scritto da Luciano Berio nel 2001 (con buona pace dei sentimentali legati all’”Alfano 2” e dei filologi che vorrebbero sentire ogni tanto l’”Alfano 1”): quello del compositore imperiese è infatti una suite dei temi già proposti da Puccini lungo la partitura, immersi in un’atmosfera a tratti rarefatta e cerebrale come certa avanguardia (da Schönberg a Messiaen), e a tratti tutta trapunta di lirismo evanescente ed impressionista. In poche parole: Berio ha studiato Puccini, ed è riuscito ad aderire a tutte le sfaccettature che il suo ultimo dramma propone, producendo un finale giustamente sospeso, trasognato (come peraltro già il finale de “La Rondine”), scevro dal trionfo un po’ retorico che Alfano ha approntato a suo tempo. Ascoltare questo finale a Torre del Lago è già un piacevole avvenimento, ma è ancor più impreziosito dalla direzione del Maestro John Axelrod, tra i massimi direttori d’orchestra della sua generazione: il gesto pulito e preciso di Axelrod tiene con ragguardevole puntualità tutte le agogiche e le dinamiche, della cavea e della scena, regalandoci soprattutto i colori più insoliti della partitura – splendida, ad esempio, la suspense che sa creare allargando leggermente il coro sulla comparsa della Luna nel primo atto. Si potrebbe obiettare che sia una direzione un po’ troppo geometrica, forse emotivamente distaccata, ma considerata l’opera, la scena e la scelta del finale, sarebbe sembrata fuori luogo una direzione che lasciasse più spazio al sentimentalismo. Quella di Axelrod è definibile una lettura precisa delle atmosfere di “Turandot”, più che delle emozioni dei singoli personaggi: tuttavia è innegabile che cogliere e restituire in modo tanto potente la cornice non può che influenzare – e non poco – anche le dimensioni più interiori dei personaggi. La proposta scenica di Angelo Linzalata, peraltro, è  coerente con questa lettura musicale: grandi strutture parallelepipedali di colore asfalto, coperte di graffiti in cinese ed illuminati di taglio – quando non direttamente recanti luci al neon – dominano il palco, e, a seconda della loro posizione e rotazione, creano ambienti e situazioni. Senz’altro il secondo atto ha la maggiore forza impressiva sullo spettatore: prima una stanzetta per Ping, Ping e Pang, che sembra una camera dei giochi per bambini – e infatti i tre interpreti si arrampicano, dondolano a testa in giù, si travestono, ballano, in un rutilare continuo e ammaliante; poi, all’ingresso dell’Imperatore, tre strutture di due piani, come torri illuminate da neon. Anche i costumi di Giovanna Buzzi senza dubbio contribuiscono a ricreare questa Cina anni Trenta, e in particolare quelli di Turandot aiutano notevolmente l’interprete a rendere credibile il suo personaggio. La regia di Daniele Abbado talvolta è molto naturale, altre si arrischia nella sperimentazione, anche grazie ad alcuni bravi figuranti: così, ad esempio, all’inizio del primo atto il coro viene malmenato in stop motion e per ogni minimo personaggio c’è una lettura a sé (le ancelle, le prostitute, le anime dei morti, oltre al Principe di Persia, un Giovanni Cervelli molto partecipe). Tuttavia va detto come i protagonisti del dramma non mostrino grande propensione scenica: sono Ping, Pong, Pang e il coro a mostrare disinvoltura attoriale, specialmente quest’ultimo, che fin da subito viene schierato in scena quasi in modo militaresco, e contemporaneamente comunica la frustrazione e la stanchezza per il gioco di sangue della principessa di gelo. Anche vocalmente il coro (ben diretto da Roberto Ardigò) offre una prova di grande coinvolgimento e potenza, tanto diversa da quella della “Tosca”; omogenea e godibilissima anche la performance delle voci bianche sotto la guida di Viviana Apicella. Il cast è complessivamente di alto livello, anche se davvero pochi interpreti riescono a coniugare presenza scenica e resa canora impeccabile: è il caso del Timur di Nicola Ulivieri (dizione chiara, bel fraseggio variato, suono ben proiettato e scuro al punto giusto) e dell’Altoum di Kazuki Yoshida, che riesce a farci dimenticare gli Imperatori dal portamento un po’ troppo ieratico e la vocalità stanca di tante altre “Turandot”, con una naturale nobiltà della linea di canto e una voce limpida. Lodevole anche la resa di Ping (Giulio Mastrototaro), Pong (Marco Miglietta) e Pang (Andrea Giovannini), intonata,  omogenea e varia nei colori. Il Calaf di Ivan Magrì, invece, è apprezzabile sul piano musicale mentre scenicamente è alquanto ingessato – spesso il tenore si tiene quasi ai margini della scena, comunicando una qualche estraneità per ciò che vi avviene. Peccato, perché la voce c’è: bel timbro, luminoso, facilità del registro acuto e anche una certa cura per l’espressione vocale. Colpisce poco scenicamente anche  Emanuela Sgarlata, che ci offre comunque una Liù ben cantata, tutta giocata su belle mezzevoci e una corretta linea di canto. La Turandot di Emily Magee presenta invece problematiche vocali: forse la cantante non era in serata, ma la sua prova è stata inficiata da imprecisioni d’intonazione e fraseggio, oltre a un canto appiattito su un generale “forte”, che ne ha notevolmente ridotto l’impatto interpretativo. Questo ruolo un po’ sottotono, per quanto importante, non intacca  la generale riuscita della serata, che si può certamente definire un successo, una produzione di indiscusso fascino teatrale e musicale. Si replica il 14 e il 20 agosto.

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