Roma, Musei Capitolini: “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori”

“I MARMI TORLONIA – COLLEZIONARE CAPOLAVORI”
Roma. Musei Capitolini – Villa Caffarelli. 14 ottobre 2020 / 09 gennaio 2022
A cura di Andrea Carandini e Carlo Gasparri
Catalogo Electa
Evento culturale dell’anno – non solo in Italia – la mostra “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori” visibile presso i Musei Capitolini – nella nuova sede di Villa Caffarelli che completa l’intero percorso museale – permette di gettare uno sguardo sulla più grande collezione privata di arte antica ancora esistente e di ammirare una selezione di capolavori per troppi anni preclusi al pubblico.
Prevista lo scorso anno e poi rimandata per l’emergenza epidemica e le sue conseguenze la mostra ha riaperto alla fine del 2020 e sarà visitabile fino al 09 gennaio 2022.
Quanto esposto sono circa novanta pezzi degli oltre seicento che compongono la collezione, l’unica delle raccolte aristocratiche romane giunta intatta fino ai nostri tempi. Un lungo lavoro di mediazione tra le istituzioni pubbliche e la famiglia Torlonia – con la partecipazioni anche di importanti istituzioni culturali internazionali come la Paul Getty Foundation di prestigiosi sponsor privati – hanno reso possibile questa esposizione che ci si augura possa essere l’inizio di un sempre più proficua collaborazione tra le istituzioni museali italiane e la famiglia principesca come la nascita della Fondazione Torlonia voluta dal principe Alessandro sembrerebbe indicare.
La collezioni – come oggi si presenta – è frutto dell’attività del principe Alessandro (1800 – 1888) e della sua sfrenata passione per le antichità raccolte secondo due filoni principali. Da un lato una importante serie di campagne di scavi nei possedimenti famigliari nella campagna laziale – ad esempio a Vulci con il ritrovamento della più importante tomba etrusca di epoca ellenistica, la cosiddetta “Tomba François” i cui affreschi sono stati mostrati al pubblico in occasione di una mostra espressamente dedicata nel 2004 – dall’altro procedendo ad acquisti massivi delle collezioni nobiliari romane molte delle quali finirono sul mercato antiquario dopo i tracolli di tante fortune conseguente alla parentesi napoleonica e alla restaurazione. Si tornerà in seguito sull’importanza della raccolta Torlonia come “collezioni di collezioni” e quindi come specchio di almeno cinque secoli di antiquaria romana.
Passeggiando tra le sale della mostra – quella che si presenta non vuole certo essere una presentazione esaustiva ma solo una serie di stimoli da approfondire individualmente – notiamo che il percorso si snoda per nuclei tematici.
La prima sala dedicata ai ritratti è tra le più suggestive. Dopo tre pezzi isolati ma straordinari: il cosiddetto “Vecchio di Otricoli” capolavoro dello spietato realismo della ritrattistica senatoria tardo-repubblicana, la sorprendente modernità della “Fanciulla di Veio” e un nobile ritratto reale ellenistico forse da identificare con Eutidemo, re greco nella lontana Battriana (odierno Afganistan), segue un’intera parete dedicata ai ritratti ufficiali romani dalla tarda repubblica a IV d.C. L’effetto è innegabile, la sensazione è che Roma con tutta la sua storia straordinaria ci guardi negli occhi e si faccia guardare, scrutare, interpretare. La presenza di tanti ritratti – e tutti qualitativamente pregevoli – permette di cogliere l’evoluzione di un’arte profondamente radicata nel mondo romano. L’evolvere del tempo si coglie in modo straordinario, I ritratti giulio-claudi trasmettono un’idea sacrale del potere in immagini quasi astratte nella loro perfezione che trovano l’esempio più palese nella ieratica immagine di Livia come Giunone. I ritratti del II secolo acquistano invece una nuova vitalità, non più incarnazioni di un ruolo ma immagini visibili di anime con cui si può entrare direttamente in dialogo: l’irrequietezza irrefrenabile di Adriano, la pacata fermezza di Antonino, il senso di dovere di Marco Aurelio, la profondità intellettuale di Giulia Domna, la ferocia fin troppo esibita di Caracalla, la fragilità adolescenziale di Plautilla ci raccontano le loro storie, si aprono a noi oltre il velo dei secoli.
La stanze successive proseguono su temi sia iconografici che storico collezionistici. Interessante in quella dedicata al paesaggio un rilievo raffigurante Portus letteralmente invaso da simboli religiosi e apotropaici, testimonianza evidente della crisi morale oltre che politica che caratterizza l’impero al passaggio del III secolo.
La collezione – come già accennato – si è formata con l’acquisizione di precedenti raccolte formatesi a Roma a partire dal XV secolo fino al XVIII, collezioni prestigiose come quelle Cesi, Cesarini, Giustiniani e diventa una galleria di come l’antico è stato fruito nei secoli. Una storia anche del restauro spesso lontano da ogni rigore filologico – che si affermerà solo nel XIX secolo con ricostruzioni rigorose come la miglior copia conservata dell’”Eirene e Plutos” di Kephisodotos – ma in cui l’antico era oggetto di rielaborazioni spesso libere e fantasiose dovute al gusto dell’artista e alle esigenze espositive dei committenti. E’ il caso del gruppo di Apollo e Marsia – già collezione Giustiniani – in cui due torsi antichi sono stati radicalmente trasformati nel Seicento in un gruppo unitario di gusto prettamente barocco e non scevro di ricordi michelangioleschi – il San Bartolomeo della Sistina. Culmine di questa tendenza è l’Ercole che chiude la mostra, montaggio di 112 frammenti tra loro non pertinenti ma ricomposti come statua unitaria alla fine del Settecento da Pacetti.
Restauri che – vista l’importanza dei committenti – si configurano a volte come autentiche opere d’arte come nel caso di un caprone ritrovato acefalo per cui intorno al 1620  un giovane Gian Lorenzo Bernini esegui una testa che per virtuosismo tecnico e scavo quasi psicologico si pone tra i lavori non minori della prima fase della carriera dello scultore.
Ovviamente in questo poco spazio è impossibile anche solo descrivere una mostra così ricca. Non resta che lasciarsi trasportare dalle emozioni. Perdersi tra alcuni dei massimi capolavori della scultura greca di cui sono presentate alcune delle migliori copie: altre alla già citata Eirene e Plutos l’Afrodite accovacciata di Doidalsas di Bitinia, l’Hestia Giustiniani, il satiro in riposo, la Medusa tipo Rondanini, il cosiddetto “Crisippo”…
Oppure scoprire – o riscoprire – le mille sfumature della civiltà greco-romana la cui ricchezza e pluralità trascendono tutte le semplicistiche riduzioni con cui la cultura moderna ha circoscritto il concetto di classico. Dalle forme più austere e formali, più abituali se vogliamo alla cultura moderna quali l’eroismo del ritratto di Germanico – unico bronzo tra tanti marmi – o la solennità dei grandi sarcofagi a quelle più impreviste e stupefacenti, di una freschezza e di una modernità sempre in grado di sorprendere. Così il garbo quasi mozartiano del gruppo dell’”Invito alla danza” che si direbbe rococò se non fosse testimonianza di un certo gusto del medio-ellenismo microasiatico; la sincerità d’affetti che lega in un gioco di sguardi senza tempo i due sposi della collezione Giustiniani nonostante la natura non coerente dei due ritratti; la freschezza realistica della scena di macelleria in un rilievo di età adrianea o antonina in cui lo sguardo nell’indagare la realtà minuta sembra già quella dei realisti lombardi del secondo Cinquecento.

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