Como, Teatro Sociale: “Il Trovatore”

Como, Teatro Sociale, Stagione d’Opera 2021-2022
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammarano e Leone Emanuele Bardare, da un soggetto di Antonio García Gutiérrez.
Musica di Giuseppe Verdi
Il Conte di Luna LEON KIM
Leonora MARIGONA QERKEZI
Azucena ALESSANDRA VOLPE
Manrico MATTEO FALCIER
Ferrando ALEXEY BIRKUS
Inez SABRINA SANZA
Ruiz ROBERTO COVATTA
Un vecchio zingaro RICCARDO DERNINI
Un messo DAVIDE CAPITANIO
Orchestra i Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Maestro del Coro Diego Maccagnola
Regia Roberto Catalano
Scene Emanuele Sinisi 
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Fiammetta Baldiserri
Coproduzione Teatri di OperaLombardia
Allestimento ripreso dalla produzione dall’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” di Sassari
Como, 2 dicembre 2021
Raramente ci è successo di trovarci davanti ad uno spettacolo come “Il trovatore” in questi mesi in circolazione nel circuito lombardo – e che abbiamo visto al Teatro Sociale di Como: una produzione che, solleva fondati dubbi sulla sua qualità, oltre che aspetti profondamente contrastivi. Partiamo dicendo subito che il cast è stato scelto cum grano salis, e, a parte qualche prova non pienamente riuscita, si assesta su un livello alto, sia scenico che vocale. Senza dubbio gli interpreti più in forma della serata sono Matteo Falcier (Manrico) e Alessandra Volpe (Azucena): il primo fraseggia con estrema cura un ruolo che, altrimenti, potrebbe facilmente finire nelle trappole del Verdi “popolare-generico” – la tecnica solida sostiene una vocalità naturale e luminosa, dagli acuti adamantini e dalla morbida linea di canto, che ci regala bei momenti di canto. Il mezzosoprano pugliese (che ha debuttato da pochissimo il ruolo, proprio nelle recite pavesi di questa produzione), dal canto suo,  sorprende per la piena padronanza della tessitura, l’efficace proiezione in tutti i registri, senza mai perdere il suo caratteristico smalto vocale dai colori caldi. Superfluo sottolineare come la scena del carcere della parte quarta  sia il punto più alto della serata, impreziosito poi dall’ingresso in scena di Leonora, che conferisce ancora più struggimento alla scena  finale. Marigona Qerkezi è una Leonora senz’altro interessante, ma dalla resa alterna: mentre nella Prima e Seconda Parte costruisce una performance brillante, dal buon controllo vocale e dalla piacevole linea di canto impreziosita da serici filati, la troviamo molto meno a fuoco proprio nella Parte Quarta, nella “scena della torre” (“D’amor sull’ali rosee”, “Miserere” e cabaletta), ove il fraseggio sembra appiattirsi, tra portamenti poco nobili e forzature – infine, sul finale, la ritroviamo invece sfoggiare  belle mezzevoci e grande trasporto scenico. Più omogenea la prova di Alexey Birkus, un Ferrando ben sorretto vocalmente, ma certo manchevole di un fraseggio efficace che implementasse il ruolo; efficace Leon Kim (Conte di Luna), anche se il registro acuto non ci è sembrato sempre a fuoco, a favore di centri e gravi tondi e scolpiti. L’Ines di Sabrina Sanza, il Ruiz di Roberto Covatta, lo zingaro di Riccardo Dernini e il messo di Davide Capitanio sono stati interpretati con correttezza. L’apporto della bacchetta del Maestro Jacopo Brusa è senz’altro fondamentale per la riuscita musicale dello spettacolo: il gesto ampio e non troppo frenetico, accompagna i cantanti e ne facilità l’intenzione – sebbene, specie nella Prima Parte, qualche discrasia tra buca e scena si sia avvertita. Il Coro di OperaLombardia diretto dal maestro Dario Maccagnola, invece, sembra non trovare la giusta cifra, risultando non sempre omogeneo e compatto. Il problema di cui parlavamo all’inizio, tuttavia, riguarda principalmente la compagine creativa e quello che si è fisicamente messo in scena, ovvero nulla: la scena è per quasi tutto lo spettacolo vuota, inderogabilmente e noiosamente nera e vuota. Lo scenografo Emanuele Sinisi ci regala pochi elementi: ogni tanto un secchio di cenere nera (reminiscenza del doppio delitto sofferto e perpetrato da Azucena), una specie di piccola biblioteca con del fuoco all’inizio e un pennone per un alzabandiera e uno scranno nella Terza Parte. Se è vero che Chéreau ha fatto un “Ring” solo con le tele di Rothko, e Nekrosius “Il Gabbiano” con due sedie e venti secchi d’acqua, spiace dover constatare che Roberto Catalano non sia riuscito a creare “Il trovatore” con una scena così disperatamente scarna – dove i disperati, però, sono gli spettatori, cui viene concessa con parsimonia persino un’unica proiezione su tulle. I cantanti non possono non sentire la mancanza di qualsivoglia elemento, giacché nessuno è effettivamente in grado di reggere in maniera convincente una scena vuota, e quindi si dà il via al festival dell’andirivieni, delle mani “a Colombina”, delle posture abbozzate, dello sbracciamento, quando non semplicemente all’immobilità concertistica – che domina quasi le intere prime due parti. L’apice di questa “desolazione” registica l’abbiamo nella “scena della torre” (Parte Quarta), ove la povera Leonora è dietro un tulle su una scena vuota, per dieci minuti buoni, senza effettivamente saper che fare (quello nel quale la Qerkezi ha convinto di meno: sarà un caso?). La regia, se c’è, non si vede. Ogni tanto ha qualche trovata e nemmeno felice – perché, mentre Ferrando racconta la storia di Garzia, il coro striscia e si allunga verso di lui, tendendo le mani? Le note di  scena parlano di umanità alla deriva dopo che ha visto tutto il mondo andare in fiamme: peccato che il libretto parli di familiari e armigeri del Conte di Luna – ma, a dire il vero, è proprio il libretto che è stato dato alle fiamme da questa regia, che lo ignora deliberatamente e di continuo. Ora, noi capiamo perfettamente che il rischio di una regia troppo tradizionale sia di sforare nel manierismo visivo, ma nemmeno possiamo pensare di fare di ciò che scrissero Cammarano, Bardare e Verdi quel che arbitrariamente ci pare. Perché tutti i personaggi, a parte Leonora, hanno gli occhi pesantemente truccati di nero? La nota di regia parla di una Leonora liberatrice da un trauma che impedisce loro di vedere. Ma semmai è il contrario: nella dinamica del libretto la “cieca” è proprio Leonora (“non vede” il trovatore, della cui voce si innamora, “non vede” l’interesse del Conte di Luna, non conosce il dramma di Azucena e muore senza conoscerlo, “non vede” che per il Conte nulla potrà salvare Manrico, nemmeno il suo offrirsi, nemmeno pre-vede con esattezza l’effetto del veleno con cui si uccide!) e il “sacrificio liberatore” è quello di Manrico, che Azucena certo ama come un figlio, ma mai quanto suo figlio e soprattutto sua madre (“Sei vendicata, o madre!” fa cadere la sua maschera sul finale). Qui si ribalta completamente il personaggio, facendo della zingara sanguinaria una specie di Giovanna d’Arco (anche esteticamente un po’ Renée Falconetti) e della damsel in distress un’eroina salvatrice. Infine, non possiamo non mettere in evidenza le bellissime luci di Fiammetta Baldiserri, che per quasi tutto lo spettacolo costituiscono la vera scenografia. Non si capisce perché, nel finale, un  faro viene puntato direttamente e fastidiosamente verso il pubblico, impedendo de facto di vedere in viso gli interpreti: forse anche il pubblico non deve vedere? Ecco un altro quesito, circa questo “Trovatore”, che non ha ottenuto risposta – giacché la risposta deve poter venire dalla scena, non dalle note del programma di sala.

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