Verona, Teatro Filarmonico: “La voix humaine” & “The telephone”

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2021
“LA VOIX HUMAINE”
Tragedia lirica in un atto su testo di Jean Cocteau

Musica di Francis Poulenc
Elle LAVINIA BINI
“THE TELEPHONE or L’Amour à trois”
Opera buffa in un atto di Gian Carlo Menotti

Lucy DANIELA CAPPIELLO
Ben FRANCESCO VERNA
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
Direttore Francesco Lanzillotta
Regia Federica Zagatti Wolf-Ferrari
Scene Maria Spazzi
Costumi Lorena Marin
Luci Paolo Mazzon
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona

Verona, 2 dicembre 2021
A chiudere la stagione lirica 2021 al Filarmonico di Verona, la Fondazione Arena pone un dittico avente come protagonista nientemeno che il telefono: La voix humaine di Poulenc (1958) e The telephone di Menotti (1947) proposte senza intervallo per circa 75 minuti di musica.  La prima,  tratta dal dramma omonimo di Jean Cocteau (1932), da cui fu tratta anche una riduzione per il cinema da parte di Roberto Rossellini (1948), con una splendida Anna Magnani epurata dalla sua connotazione romanesca, il lavoro di Menotti invece su soggetto e libretto proprio, in inglese.  Filo conduttore (è proprio il caso di dirlo) dei due lavori è il telefono, strumento capace di legare due persone nella disperazione di un addio struggente, ma anche di farsi galeotto di una dichiarazione d’amore che stenta ad arrivare proprio per la sua petulante presenza da “terzo incomodo”.
In scena il telefono è posto quindi come elemento primario con una copiosa quantità di fili, alcuni pendenti dall’alto ed altri adagiati su una sorta di cupola sulla quale è montato il letto (La voix humaine) che diventa micropalcoscenico su cui si consuma il dramma d’amore di Elle; alla fine la cornetta sfugge, salendo verso l’alto e sfumando la disperazione. Sparito il letto, un insieme di scatoloni effetto trasloco in corso connotava invece la vicenda di Lucy e Ben ma il risultato sembrava più un ricorso al materiale di riciclo che alla ricerca scenica utile allo spettacolo. Ci si poteva aspettare qualcosa di più dall’allestimento di Maria Spazzi e Marina Conti, con i costumi di Lorena Marin e le abituali luci di Paolo Mazzon. A firmare l’efficace regìa, più introspettiva in Poulenc e divertita in Menotti, era Federica Zagatti Wolf-Ferrari, pronipote del celebre Ermanno.
Il telefono, dunque, coprotagonista di un dramma moderno dai forti accenti ma anche di una commedia leggera vicina al musical che Francesco Lanzillotta ha saputo controllare con piglio drammaturgico e senso della narrazione espressiva evidenziando gli accorati accenti in Poulenc e risaltando la scrittura leggera e frizzante di Menotti. Ancora una volta ampio merito va all’orchestra della Fondazione Arena, brillante in capacità tecnica e nel suono, sempre bello e generoso. A sostenere il ruolo di Elle, un tempo interpretato anche da Magda Olivero, vi era Lavinia Bini: soprano di bel timbro, piacevole all’ascolto ma purtroppo talvolta sovrastata dall’orchestra. A questo proposito va sottolineato che con gli strumenti scoperti sul piano platea il suono risulta meno contenuto e forse un pannello scenico dietro il letto avrebbe spinto la voce verso il pubblico; la prova della Bini è stata comunque di significativo impatto emotivo e di spiccata personalità musicale, oltre che sorretta da un’ottima capacità attoriale.
La vicenda di Lucy e Ben in The telephone, era invece affidata alle voci di Daniela Cappiello e Francesco Verna in un’interpretazione leggera e spensierata, a tratti comica. Qui il telefono è attualizzato al moderno smartphone, per il quale non mancano gli irritanti selfies, a sottolineare l’evidente dipendenza di Lucy dall’oggetto, e la suoneria insistente. La suoneria è peraltro l’anello di congiunzione tra i due titoli; i brevi minuti a sipario chiuso, necessari al cambio scena, sono coperti da una minirassegna di trilli e musichette attraverso i decenni fino ai nostri giorni. La Cappiello e Verna sono due giovani voci, dotate vocalmente e scenicamente, che hanno potuto dare sfoggio al divertissement di un lavoro che certamente non brilla per originalità e costruzione musicale; Menotti, tuttavia, si preoccupò di definire vocalmente i due personaggi assegnando alla frivola Lucy una parte per soprano di coloratura e al pazientissimo Ben una linea di canto spiegato.Una serata piacevole per la quale l’accostamento dei due lavori “telefonici” si è rivelato azzeccato e in linea con una certa preveggenza temporale e futuristica di Menotti, quasi un monito all’uso moderato del telefonino. Un plauso va dunque alla ricercata proposta della Fondazione, a cui purtroppo ancora una volta ha fatto eco una certa sordità dei veronesi con una platea per tre quarti vuota; un vero peccato. Ultima replica domenica 5 dicembre.
Foto Ennevi per Fondazione Arena

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