Album dei ricordi: Mario Zanasi (1927-2000), “Un baritono di rottura”

Mario Zanasi (Bologna, 8 gennaio 1927 – 19 marzo 2000)
Si chiama Mario Zanasi ed è uno dei più  rappresentante della lirica “Nouvelle Vague”: un baritono di rottura, per così dire. Smilzo, col torace e cucchiaio, il passo scattante nella vita come in scena, due profonde pieghe che segnano la mandibola: al posto della camicia e, pullover di cashmere aperto sul collo. La mattina appena alzato, non fa vocalizzi, ma lo yoga. Per merito dei suoi trascorsi pugilistici, anche il naso leggermente rincagnato su un  viso indubbiamente attuale, che siamo abituati a vedere sul video sullo schermo, benchè non nei panni di Iago o di Scarpia. Anche la carriera di Mario Zanasi è stata rapida e bruciante, come viene spesso oggi: niente inizi sudati, niente fame e seratine oscure in piccoli teatri di provincia dove, di solito, tutti i cantanti lirici hanno fatto la gavetta. Lui la gavetta l’ha fatta al Metropolitan. Ma procediamo con ordine. Nato a Bologna, non è figlio d’arte e neppure uno di quei ragazzini che canticchiavo il Rigoletto andando a  scuola. Anzi, il suo primo contatto coi i “gorgheggi” avvenne nel campo opposto: a 18 anni, partecipa a un concorso per cantanti di musica leggera e in mezzo a quelle vocine il suo fiatone potente scoppiò come  un petardo, facendo tremare i vetri della sala. Perciò venne scartato: e, forse, persino fischiato. Tra il 1949 e il 1950, decise di dedicarsi al teatro ed entrò in una compagnia filodrammatica a Bologna: qui, il maestro di impostazione gli scoperse una voce notevole e pretese che si recasse nel suo studio. Uno studio odontoiatrico perché si trattava di un dentista con l’hobby della musica. Forse proprio per questo, rimase a lungo sospeso tra tenore e baritono: i suoi “mi bemolle” e “mi naturale” lasciavano incerto il “maestro” che un giorno lo classifica baritono è un giorno tenore. “Così, quando passai ad un altro insegnante di musica in qualità di baritono, nel timore di dover nuovamente cambiare voce cercavo di gravare a un tal punto le note basse che un giorno mi senti dire:” Ma caro, tu sei un basso senza ombra di dubbio “.” Infine, trovato il suo definitivo indirizzo vocale, dopo due mesi di studio, affrontò e uscì vittorioso da vari concorsi di canto. Da uno di questi concorsi ebbe come premio una borsa di studio per due anni di studio alla Scuola della Scala e mezzo milione di lire.
In seguito, riprese gli studi al conservatorio di Bologna e proprio a Bologna, mentre ripassava il duetto della Traviata, venne scoperto dall’impresario del Teatro Duse che lo ingaggiò per la “Settimana delle celebrità: in queste occasione cantò l’Aida con  Renata Tebaldi. Da quel momento, sempre a causa di fortunati incontri con impresari che “si trovavano a passare dove cantava lui”, la sua carriera ebbe un crescendo vertiginoso: prima l’Arena di Verona con La Bohème, quindi il Metropolitan con una scrittura per tre tagioni consecutive (1957-59). “Non sono certo entrato dall’ingresso principale. Tutt’altro. È stato proprio là che mi sono fatto le ossa. Dovevamo portare un repertorio di tredici opere che tenevamo pronte ogni giorno, nel caso e ci fosse stato bisogno di sostituire all’improvviso qualcuno dei grandi nomi: eravamo, in poche parole, le riserve, pagate a settimana. A me capitò l’occasione di dover prendere il posto di Leonard Warren, nel secondo atto della Tosca, di fronte ad un pubblico sbalordito che aveva visto uscire un baritono piccolo e grasso e ne vedeva entrare uno alto e magro “.

Nel 1958 lo troviamo al Covent Garden (Traviata al fianco della Callas) e debuttare alla Scala (La Resurrezione di Cristo di Perosi) e via via in numerose altre istituzioni teatrali, anche se in Italia aveva cantato pochissimo, essendo ingaggiato in America per otto mesi all’anno. Dopo aver bruciato le tappe gli occorreva rafforzare la sua posizione, studiando psicologicamente i personaggi, e affrontando ruoli sempre più impegnativi. Il cinema lo attira molto, magari per le rassomiglianze che si ritrova con attori famosi; o magari per le lettere che riceve a getto continuo, dalle ammiratrici. Gli  piace raccontare di quando, a Dallas, dei giovani si assieparono davanti al suo camerino, accogliendolo all’uscita col grido di “James Bond, James Bond!”; e di quando, a Tokyo, mandarono più fiori a lui che ha allla primadonna; o della volta in cui il giornalista malizioso, dopo una rappresentazione della Tosca, sottolineò che “il soprano non sembrava affatto voler sfuggire al seduttore, ma piuttosto corrergli incontro”. Ai colleghi, invece, non piace: “Faccio rabbia soprattutto ai tenori, che di solito hanno la pancia. Appena mi presento, vedo il loro sguardo iroso appuntarsi sul mio addome piatto. Credono che io segua chissà quale dieta due punte invece mangio di tutto. Oltre che curare molto il suo fisico, Zanasi dà grande importantza alla recitazione: preferisce sacrifcare un virtuosismo vocale, dice, pur di mettere in risalto la recitazione e la rappresentazione  scenica. Canta facendo piroette, salendo e scendendo le scale, duellando in bilico su un tavolo, stando disteso sul palcoscenico a pancia in su o a pancia in giù e insomma cercando di verificare ogni strofa. Il realismo, nell’opera, non esiste ancora:Puccini, per quanto aggiornato, non permette di competere con Patroni Griffi. (Estratto da “Mario  Zanasi: un baritono di rottura” di Donata Gianieri, Milano,1968)

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