“Il lago dei cigni” di Patrice Bart al San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione 2021-2022
“IL LAGO DEI CIGNI”
Balletto in quattro atti su libretto di Vladimir Beghiscev e Vasil Geltzer
Musica Piotr Ilič Čaikovskj
Coreografia di Patrice Bart da Marius Petipa, Lev Ivanov
Odette / Odile LUISA IELUZZI
Il principe Siegfried ALESSANDRO STAIANO
Rothbart ERTUGREL GJONI
Benno STANISLAO CAPISSI
La regina ANNALINA NUZZO
Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo diretto da Clotilde Vayer
Orchestra del Teatro di San Carlo
Direttore Benjamin Shwartz
Scene e costumi Luisa Spinatelli

Napoli, 30 dicembre 2021
L’agonia del balletto a serata intera e, soprattutto, dal vivo in tempi di (quasi) post-pandemia termina anche per il San Carlo di Napoli e si rialza il sipario su una produzione integrale con il principe dei titoli del balletto classico, Il lago dei cigni (1877/1895, San Pietroburgo) nella versione di Patrice Bart (1997, Staatsoper di Berlino)
Una messa in scena impegnativa che conta solo sulle forze di casa, non essendo stati previsti ospiti esterni. Un segnale, questo, che lascia intendere con chiarezza che, purtroppo, per la danza non si ritiene di dover investire oltre. Non che i solisti di casa abbiano deluso le aspettative, ma è risaputo che sarebbe stato opportuno offrire  varietà e novità al pubblico più esigente, come accade normalmente per l’opera, ma non solo. Gli artisti ospiti costituiscono un’occasione importante per la crescita dei solisti del Corpo di ballo del Massimo napoletano diretti da Clotilde Vayer. Ma procediamo con ordine.
L’immersione nel gusto francese a Napoli, a fasi alterne nella storia della città negli ultimi due secoli, si rispecchia anche nella scelta del repertorio: la versione di Patrice Bart, già danzatore formatosi alla Scuola dell’Opéra di Parigi, maître e coreografo attivo a livello internazionale. Questa prende le mosse dalla sua volontà di dare una propria lettura a un titolo tante volte danzato, nel quale non era però riuscito a rispecchiare le proprie visioni fino al momento del suo intervento come “co-autore”. Un balletto la cui genesi, com’è noto, si presenta agli occhi degli storici assai composita e i cui destini si sono incrociati con quelli di coreografi e interpreti, mentre il suo scheletro, ovvero la partitura musicale, benché di straordinario valore artistico e drammaturgico non è scampata alle prassi di disfacimento “rapsodico” nelle mani dei più diversi curatori della messa in scena (a questo link è disponibile, sul nostro sito, un approfondimento sul III atto).
Il lago dei cigni di Bart insiste sui lati nascosti dei personaggi rendendo la protagonista Odette quasi antagonista della regina madre, fulcro della vicenda insieme al figlio Siegfried, in una moltiplicazione di “edipici” passi a due e tra madre e figlio, che peraltro – ma con meno evidenza (e per dichiarazione dello stesso coreografo) – è combattuto nel suo intimo appartenere alla sfera dell’omosessualità. Anche Benno diventa, così, un antagonista silenzioso della povera Odette. In una ambientazione di inizi Novecento che per Bart sembra funzionare meglio di un più indefinito e lontano medioevo, il principe non solo perderà la vita dopo aver tradito la fiducia della principessa-cigno e, in un certo senso anche le aspettative della madre, ma morirà insieme a Rothbart lasciando Odette sola. Come tutti i grandi classici la lettura contemporanea è agevole e applicabile a ogni luogo e a ogni tempo, ma fa sorridere come ancor più questo uomo incontrato nottetempo e custode della fiducia quanto dei sentimenti di due donne si riveli, in fondo, incapace di trasformare la potenza in atto. E questo non solo perché non sopravvive al tentativo di forzare il destino, ma perché, se anche lo avesse fatto, probabilmente sarebbe stato tutto a svantaggio della sposa, tra l’incudine e il martello di suocera e amico.
Riflessioni ironiche a parte, la suddivisione in due macroblocchi pensati per “alleggerire” la portata del balletto (prologo, primo e secondo atto insieme, intervallo, terzo e quarto atto senza soluzione di continuità) si rivela abbastanza funzionale, perché interrompe poco la drammaturgia. Nel terzo atto si è avvertita la mancanza di ulteriori masse da dedicare alle danze nazionali, la cui suddivisione tra solisti e pochi altri elementi ha fatto calare lo spessore dello spettacolo, che si è risollevato comunque nell’ultimo atto.
Il Corpo di ballo è stato il vero protagonista della serata: molto ben curato, ha saputo ammaliare il numeroso pubblico (sold out) esattamente come la sua funzione prevedeva. L’idea di un unico essere che si muove all’unisono e che nei particolari (soprattutto teste e braccia) ha saputo trasmettere al pubblico lo stile del balletto ha funzionato molto bene. D’altra parte il pubblico natalizio, si sa, è composto soprattutto da persone che cercano la bellezza del classico e, in questo, sono stati senza dubbio accontentati.
I solisti di casa hanno dato ottima prova di sé. Alessandro Staiano nel ruolo di Siegfried ha mostrato il consueto vigore scenico corredato da una maggiore maturità acquisita con l’esperienza; la regina madre di Annalina Nuzzo, elegante nelle linee, non sempre è stata valorizzata dalla coreografia. Nel Pas de Trois spicca come di consueto Claudia D’Antonio per la naturalezza con cui gestisce una tecnica sicura e fluida, mentre Martina Affaticato è apparsa rigida nella gestione dei port de bras nonostante il buon valore della prestazione. L’elemento maschile del corpo di ballo, nell’economia generale dello spettacolo, è sembrato quello meno curato.
La Odette di Luisa Ieluzzi, rispetto al passato, si è mostrata più matura e consapevole dei particolari, precisa nelle linee e agile nelle pirouettes, benché alcuni passaggi estremamente raffinati come il tremolo dei petit battements sur le cou-de-pied debbano acquisire ancora naturalezza e maggiore vibrato. Anche la gestione dell’emozione (fouettes III atto) va ancora controllata, perché nel Passo a due del Cigno nero era percepibile una tensione che non rendeva il legato dei movimenti. Ci teniamo a ricordare, a proposito dei protagonisti, che «GBOpera Magazine» e chi scrive ha scommesso prima di chiunque su questa coppia, seguendo diversi anni fa anche le ultime recite e le matinée se necessario, poiché si era intuito il bel potenziale offerto da due degli ultimi allievi della Scuola di Anna Razzi (e se ne contano altri che si dividono i primi ruoli  in questa produzione, come Anna Chiara Amirante, Claudia D’Antonio, Danilo Notaro). Ora questi ragazzi si affermano come solisti da primo cast e questo ci dice che avevamo visto giusto.
Tuttavia si deve notare che, nell’organico della Compagnia, non esistono più Primi ballerini. La piramide parte dai solisti e questo non è pensabile: ci auguriamo che sul campo i protagonisti di questo Lago possano essere presto promossi col titolo che meritano e per il quale, soprattutto, lavorano ricoprendo ruoli difficili dei quali si sobbarcano la responsabilità.
La vigorosa  direzione del Maestro Benjamin Shwartz ha confermato quanto sostenuto dalla critica musicale sull’intensità delle sue esecuzioni musicali e la chiarezza delle sue interpretazioni. Lunghi applausi per l’orchestra e per il primo violino Cecilia Laca.
Le recite vedranno ancora in scena nel ruolo di Odette-Odile Anna Chiara Amirante  e Claudia D’Antinio e Danilo Notaro e Salvatore Manzo nel ruolo del Principe fino al 5 gennaio (comprese matinée per famiglie).

In un momento in cui il nuovo anno nasce, si spera rinascano le vere occasioni per la danza al San Carlo non solo come presenza obbligata “da cartellone”, ma quale volontà ragionata di proiezione europea per un palcoscenico dove troppo spesso l’indolenza della politica ha penalizzato quest’arte. (foto Luciano Romano)