Milano, MUDEC: Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49 | 1958

Dal 18 febbraio 2022 al 3 luglio 2022
Orari: lunedì: 14.30 – 19.30 / dal martedì alla domenica: 9.30 – 19.30 / giovedì e sabato chiusura alle 22.30
Biglietti: Intero 12 € / Ridotto 10€
Il lettore de Le anime morte di Gogol non ha potuto conoscere fino in fondo la storia del protagonista, perché interrotto “da quelle mille inezie, che sembrano inezie solo quando s’introducono in un libro, ma finché si svolgono nella realtà, sono considerate faccende di grande importanza”. Crediamo che questa fosse la poetica che movesse anche Henri Cartier-Bresson; e infatti, in questa mostra, percepiamo lo spirito che lo animava: l’urgenza di catturare in maniera poetica l’istante, nel senso di imprigionare negli scatti l’una, le cento e le mille storie che nel flusso della Storia – quella che dovrebbe narrare un reporter (e Cartier-Bresson affermava di non esserlo) – erompono, per frammentarne i punti di vista. La Storia oggetto di questa mostra fu commissionata dalla rivista Life, ed è quella dei cosiddetti “ultimi giorni di Pechino”, ovvero la caduta del Kuomintang e l’istituzione del regime comunista (1948-1949); per poi tornare sull’argomento dieci anni dopo, con il “Grande balzo in avanti” di Mao Zedong (1958). Di questa Storia, tra le oltre 100 stampe originali esposte della Fondazione Henri Cartier-Bresson, vediamo: schiere di reclute che si allineano a formare un nuovo esercito nazionalista; la celebre foto con un’affollata coda di gente in attesa di poter acquistare un po’ d’oro pur di disfarsi di banconote nazionali dal valore instabile; la propaganda affissa ai muri con il pugno comunista che sopprime il cane nazionalista; ma anche quella destinata ai più piccoli, che vediamo intenti a leggere dei libri illustrati, portati in giro per le strade da biblioteche ambulanti; e infine la Sfilata di studenti, con un ritratto di Mao Zedong e la stella rossa, foto scelta come immagine di copertina di questa mostra.Poi abbiamo le storie: vecchie signore consunte che si aggirano per le strade dei mercati; elemosinanti; eunuchi, residui del vecchio regime imperiale caduto nei primi anni del secolo; bambini in coda che aspettano la loro razione di riso, e che si guardano attorno in modo indefinibile; pellegrini che si rivolgono ad antiche divinità cinesi; momenti di disperazione, dove i barbieri operano per le strade, o dove piccole anime morte vengono abbandonate avvolte in un fascio di cenci; ma percepiamo anche momenti di gioia, o scanzonati, che non ci sembra possano essere accaduti in quei frangenti. Infine, con lo stesso spirito, la mostra procede con il ritorno di Henri Cartier-Bresson in Cina, dieci anni dopo: di nuovo mostrandoci la propaganda di un regime consolidato che voleva far compiere alla nazione il “Grande balzo in avanti”; ma rivelando anche lo sfruttamento industriale; fino a farci vedere degli studenti che, senza l’ausilio di macchine, costruiscono la piscina della propria Università. Il video introduttivo completa il percorso, e presenta una carrellata di foto che coprono più o meno tutta la carriera di Henri Cartier-Bresson: accompagnata dal basso continuo delle sue dichiarazioni, si cerca di esplicitare la concezione estetica di questo artista al visitatore. Siamo quindi di fronte a una mostra completa e curata, soprattutto nell’illuminazione, anche se forse avrebbe meritato qualche metro quadrato in più e un’audioguida. Il taglio è divulgativo, e ha la volontà di raccontare il viaggio di uno dei tanti “esploratori” del mondo: tutto ciò è in linea con la filosofia del Mudec. Tuttavia, lo studioso, o anche il semplice dilettante interessato, potrebbe sentire la mancanza di un catalogo con un apparato di studi sulle opere esposte. Sartre scriverà un’introduzione al volume Da una Cina all’altra, che raccoglie queste foto. Viene mostrato anch’esso, ma chiuso in una teca: il visitatore uscirà da questi spazi senza conoscerne bene il contenuto (forse l’audioguida, se fosse stata disponibile, avrebbe potuto colmare la lacuna). L’incipit è già eloquente: “All’origine del pittoresco c’è la guerra ed il rifiuto di comprendere il nemico” per poi affermare, qualche pagina dopo, che “le foto di Cartier Bresson non chiacchierano mai. Non sono affatto delle idee, ma le fanno venire a noi, senza volerlo. I suoi cinesi risultano sconcertanti, poiché la maggioranza di essi non ha l’aria abbastanza cinese”. Spunti di studio sono quindi ad ogni angolo di questa esposizione. Parliamo soprattutto di estetica, di tecnica, di storia degli studi. Prendiamo brevemente in considerazione un esempio per farci intendere. Si è parlato molto della poeticità e dello stile più distaccato dei reportage esposti: in cosa consta questa essenza poetica? Prendendo anche in considerazione separatamente gli scatti di Storia e quelli di storia: Henri Cartier-Bresson stesso ci riferisce che quello del fotoreporter è difatti stato solo un mezzo con cui poter fotografare, consigliatogli perché il destino di “fotografo surrealista” non poteva essere così roseo. Per non considerare Sartre, che in quella stessa introduzione afferma: “Addio, poesia europea; ciò che rimane è la verità materiale”. Portare avanti tale dibattito sarebbe molto interessante e foriero di nuovi spunti di ricerca. Henri Cartier-Bresson era impulsivo e studiato al tempo stesso; nelle dichiarazioni non categorico; attentissimo al dato tecnico e compositivo: la sua poetica è quindi un delicato equilibrio tra apparenti ossimori teorici. Infatti, lui stesso affermò che “la fotografia è per me un modo di disegnare la realtà, sottolineando forme, luce e ritmi e rispondendo intuitivamente ad un soggetto, in una continua lotta contro il tempo per catturare il momento decisivo”. Eppure, è nota la differenza concettuale tra: l’atto del disegnare, dove l’attività intellettuale del pensare l’oggetto pone in secondo piano la contingenza del momento, per far intervenire anche la memoria; e il fotografare, dove l’attimo è preponderante, dove è presente l’influsso meno controllabile di un dispositivo meccanico, e non c’è la possibilità di un sostanziale intervento successivo da parte dell’intelletto sulla fotografia (questa dualità è illustrata, ad esempio, nel libro Henri Cartier-Bresson: la tentazione del disegno, per i tipi dell’Accademia Raffaello di Urbino).Eppure, per Cartier-Bresson – che iniziò come aspirante pittore, e tornò poi al disegno in età più matura – l’attività del fotografo si connota in pieno come attività intellettuale, che potremmo definire di disegno nell’attimo: di disegno perché ne ha tutti i propositi di controllo intellettuale; nell’attimo, perché questo disegno così atipico, una volta costruito nella mente, sicuramente tende a sfuggirgli dalle mani in quello stesso momento, come può farlo un cavallo di cui bisogna tenere bene le redini; e questo senza prendere in considerazione il fatto che quel medesimo intelletto è continuamente ossessionato dal voler vagliare nervosamente tutti gli istanti di vita che vorrebbe disegnare fotografando, e che gli scorrono davanti agli occhi in maniera inesorabilmente torrenziale. Dopo averla scattata, per Henri Cartier-Bresson una fotografia era interessante se riusciva a guardarla ininterrottamente per due minuti. Quindi, fermiamoci anche noi a lungo davanti alla crudele fissità di queste foto, provando le stesse ambizioni di un Pigmalione. Non è soprattutto questo desiderio il più fine studio estetico?

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