Milano, Superstudio Maxi: “Mia Fair XI Edition”

Da giovedì 28 aprile 2022 a domenica 1 maggio 2022
Orari: giovedì e venerdì 11.00 – 21.00 / sabato e domenica 11.00 – 20.00
Biglietti: Intero 16 € / Ridotto 12€
Sono 97 gli espositori provenienti dall’Italia e dall’estero, che ora, al MIA Fair di Milano, stanno cercando di riassumere il mondo della fotografia di oggi. Viene esposto di tutto, per ogni gusto e, se si ha un buon portafogli, si può anche acquistare.
Partiamo dai vincitori del Premio BNL BNP Paribas (uno degli sponsor). La giuria ha premiato ex aequo le opere Isola di Simona Ghizzoni, per “il rapporto tra uomo e natura, spesso fatto di coercizione e conflittuale”, e Corpo ligneo di Antonio Biasiucci, i cui scatti “onirici” trasfigurano dei semplici tronchi facendoli apparire come città abbandonate, ma possono – a nostro avviso – anche ricordare le strane manifestazioni di mimoidi, simmetriadi e asimmetriadi immaginabili dalle descrizioni di Solaris di Stanisław Lem.
Sono molti i fili conduttori che percorrono la fiera. Nonostante si veda poco fotogiornalismo, abbiamo le foto d’epoca di Marisa Rastellini di Mondadori Portfolio, con vari personaggi famosi come la Carrà, la Valeri, Mastroianni; ma sono presenti anche gli scatti dell’archivio Carlo Orsi, tra cui il famoso “ghisa” davanti a un Duomo di Milano avvolto da una fitta nebbia. Riguardo ai paesaggi, potremmo partire da quelli desolatamente vuoti di Gabriele Basilico. Ma molti fotografi hanno lavorato, in maniera differente, sui paesaggi e l’architettura in tempi più recenti, come Luca Campigotto, Francesco Bosso, Nicolò Quirico, Fausto Meli. Quirico, ad esempio, stampa le proprie foto su collage di pagine provenienti da libri d’epoca, con una particolarità: solo sulla terraferma e i suoi manufatti si ritrovano le scritte originarie del libro, l’aria o gli specchi d’acqua sono su pagine vuote… forse perché ancora da scrivere? Fausto Meli, invece, ha stampato in giclée le proprie foto di Folded paper loves to voyage su carta Ilford® Galerie Washi torinoko, le quali assumono una loro propria fascinazione “materica” dovuta appunto a questa scelta.
E a proposito di tecniche di stampa, lo stand di Massimo Badolato mostra le virtù delle stampe al palladio e platino, i cui diversi dosaggi, insieme a ogni singolo passaggio tecnico, rendono più calde o più fredde le tonalità di grigi presenti in immagini definibili “in bianco e nero”, aggiungendo calore a colori abitualmente definiti neutri. In più, l’effetto delicatamente satinato che questa tecnica dona alle stampe aumenta la capacità percettiva tattile del nostro occhio: in alcuni casi pare proprio di poter toccare con gli occhi la pelle dei ritratti, e l’aria che la sfiora, o che passa tra gli oggetti presenti nelle fotografie esposte. Delle tracce, 100 per l’esattezza, ha collezionato invece Paolo Masi: con una Polaroid ha ritratto i dettagli antichi e moderni più rappresentativi di Milano, e li ha montati per gruppi tematici in espositori di plexiglas. Gianpiero Fanuli, d’altra parte, ci propone altri tipi di dettagli: delle foto tonde, di piccolo formato al pari delle Polaroid, in cui osserviamo frammenti di nudo femminile come da un buco di una serratura, facendoci sviluppare così un senso voyeuristico. Anche Marco Lanza ha lavorato sui dettagli. Dopo aver preso delle fotografie vernacolari, ne ritaglia un quadrato. Da ciò vengono ricavate due opere: il quadrato ritagliato, che viene qui montato insieme ad altri come in un casellario (similmente a quanto fatto da Masi con le sue Polaroid); e gli scarti, che comunque si prestano ad una lettura seppure siano state depauperate di un pezzo. Vediamo poi la dimensione teatrale. Ad esempio, in Luciano Romano, che coinvolgendo attori e danzatori, ci presenta due scatti del suo progetto Ex novo, promosso e attualmente in esposizione presso il Pio Monte della Misericordia di Napoli. Ritroviamo la danza anche nel compianto Massimo Gatti, con gli scatti presentati dallo studio Glauco Cavaciuti. Poi abbiamo le opere più “surreali”, quali quelle di Laurent Chéhère con Who are you, o di Barbara Nati, dove ci chiediamo fino a che punto l’intervento del fotografo sia arrivato (a tal proposito non poteva mancare LaChapelle, con Deludge). Con Sanja Marušić arriviamo alla medesima domanda, perché, a mano o con il computer, colora le cornici per far sconfinare su di esse senza soluzione di continuità i vivissimi colori che usa nelle sue foto, oppure aggiunge dettagli che sembrano o sono sovradipinti.
Troviamo anche varie nature morte: da quelle di evidente imitazione secentesca di Mauro Davoli; e da quelle di Silvia Gaffurini con la serie Tela d’ombra, che sfruttano anche il collage; a quelle di Larissa Ambachtsheer, tra le quali ritroviamo la copertina di questa edizione dei MIA; e fino a quelle squisitamente grafiche di David Hummelen, il quale proviene dal mondo del design per le aziende ed è attirato dagli effetti luminosi su materiali trasparenti colorati come vetro e plastica su sfondo totalmente bianco: bicchieri o barattoli, con differente luce e prospettiva, producono ai suoi occhi un piacere squisitamente legato ai colori vivi e saturi impressi nelle sue opere.
Chiudiamo questa non esaustiva carrellata con Nuovo Cinema Paradiso di Davide Musto. Questo fotografo si sta distinguendo per la sua attività di fotografo di moda, con la quale ha spesso rintracciato molti talenti emergenti del cinema e della musica prima che la loro popolarità esplodesse: per lui la fotografia è diventata quasi un’attività di talent scouting. Avendo anche la possibilità di parlare con gli espositori, si può arrivare ad avere un’idea di come si possa percepire la fotografia, e a quali domande essa risponda. Che cosa viene fotografato? Perché quel qualcosa viene fotografato: un racconto o un messaggio, moda, design, ecc.? Come quel qualcosa viene fotografato: tipo di macchina usato, messa a fuoco, esposizione, ecc.? Come il risultato viene stampato ed esposto al pubblico: tipo di stampa, utilizzo di espositori, ecc.? Tutto ciò fa ragionare su un’esigenza che si sta facendo sempre più sentire, quella della certificazione di ogni singolo scatto stampato, che quindi non si esaurisce con l’elaborazione del file, e che ha cominciato a trovare proposte nella tecnologia della blockchain. Questa fiera ha quindi il vantaggio di fornire una buona panoramica sulla fotografia. Se tutti gli aspetti incontrati sono quelli da cui dipende ogni fotografia, tale tipo di relazione è “da molti a molti”. Dire quale sia la migliore tra le innumerevoli relazioni di questi “molti” è forse impossibile: cosa vuol dire migliore se non si stabilisce in rapporto a cosa? Ma, se lo si fa, si pone un parametro forse limitante, sicuramente personale, e risolutivo.

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