“Romeo e Giulietta” con doppia nomina di étoiles al San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro di San Carlo, stagione di Opera e Danza 2021/2022
“ROMEO E GIULIETTA”
Musica Sergei Prokof’ev
Coreografia Kenneth MacMillan ripresa da Julie Lincoln e Robert Tewsley
Giulietta ALESSANDRO STAIANO
Tebaldo ERTUGREL GJONI
Mercuzio CARLO DE MARTINO
La Nutrice FOTTAVIA COCOZZA DI MONTANARA
Lady Capuleti ANNALINA NUZZO
Lord Capuleti GIUSEPPE CICCARELLI
Lord Montecchi MASSIMO SORRENTINO
Lady Montecchi FABIANA ISOLETTA
Rosalina KARINA SAMOYLENKO
Benvolio FERDINANDO DE RISO
Frate Lorenzo MARCO SPIZZICA
Orchestra e Balletto del Teatro di San Carlo
Direttore Vello Pähn
Direttore del Balletto Clotilde Vayer
Scene e costumi Paul Andrews
Luci John B Read
Maestro d’Armi Renzo Musumeci Greco
Napoli, 26 maggio 2022
William Shakespeare, Sergej Prokof’ev e Kenneth MacMillan sono tre nomi che non possono non conferire valore assoluto a un prodotto teatrale che, con tali presupposti, non può che essere  eccezionale. Quando, però, tutto questo è condito da un evento come una doppia nomina di Étoiles in un Teatro come il San Carlo – dove questa pratica non ha memoria storica recente e per di più era inattesa nel toccare il vertice delle gerarchie coreutiche –  ecco che l’evento passa alla storia. Perché Romeo e Giulietta, balletto andato in scena al San Carlo di Napoli dal 22 al 28 maggio, non è stato solo un meraviglioso atto performativo del Corpo di ballo sancarliano, ma soprattutto è stato un atto politico e artistico che ha finalmente inserito il Massimo napoletano nelle prassi dei principali teatri Lirici italiani, dove le nomine in scena sono eventi altrettanto graditi, ma di gran lunga meno straordinari.  È risaputo, poi, che gli atti politici abbiano più finalità, ma in questo momento prendiamo per noi quella più giusta, ossia la finalità artistica di premiare chi da anni lavora indefessamente. Due nomine che si stavano augurando da tempo a Luisa Ieluzzi e Alessandro Staiano, giovani che abbiamo avuto l’intuizione di seguire e premiare (GBoscar stagione 2014-2015 Ieluzzi   e Gboscar 2013-2014 Staiano) ai loro esordi nei ruoli solistici. Un segnale importante in un momento difficile per la danza italiana ma soprattutto napoletana, che sembra sempre essere l’ultima ruota del carro in quanto a programmazione e stabilizzazioni dell’organico.
Un’opera coreografica, quella di Romeo e Gulietta di Kenneth MacMillan, che è considerata la resa in danza più alta del soggetto shakespeariano. Essa si conferma a ogni ripresa non solo una pietra miliare del balletto narrativo, ma un vero banco di prova per saggiare il danzatore e l’interprete: il linguaggio di MacMillan, denso dei più complessi e rischiosi passaggi di una danza accademica piegata alla esaltazione dell’elemento drammatico, può essere portato in scena solo dai danzatori la cui maturità artistica è al culmine o inizia a esserlo. Si tratta di quei ruoli in cui tutto va ‘sentito’ e drammatizzato e grande aiuto arriva agli interpreti dalla musica (benché fosse stata giudicata poco danzabile dai danzatori del Teatro Bol’ŝoj di Mosca negli anni Trenta, dopo che la commissione era stata ritirata dal Teatro Kirov di Leningrado). Il linguaggio musicale di Prokof’ev è ‘incorporato’ dai danzatori e tradotto visivamente dalla sintassi coreografica di MacMillan, che crea un parallelismo straordinario con la musica e riattualizza la fonte letteraria, già immortale per il proprio valore nei più diversi ambiti artistici, dal teatro alla musica, dalle arti figurative a quelle performative.La creazione del grande coreografo scozzese fu realizzata con il Royal Ballet alla Royal Opera House – Covent Garden, nel febbraio del 1965, con Margot Fonreyn e Rudolf Nureyev primi interpreti (benché il coreografo avesse scelto come primo cast Lynn Seymour e Christopher Gable), scene e costumi di Nicholas Georgiadis. Quello proposto dal Teatro di San Carlo per questa stagione è l’allestimento del Birmingham Royal Ballet (2021), ovvero la versione che lo stesso MacMillan ricreò nel 1992, sei mesi prima della sua morte, con le meravigliose scene e costumi rinascimentali del giovane Paul Andrew, curata oggi dagli inglesi Julie Lincoln e Robert Tewsley, già stelle della danza internazionale e interpreti dei grandi lavori del coreografo scozzese, i quali hanno saputo immediatamente riconoscere ai danzatori italiani il dono naturale della teatralità. C’è da dire che per questa produzione non sono stati invitati artisti ospiti ed è possibile affermare che, finalmente, anche il San Carlo può offrire al proprio pubblico spettacoli di tutto rispetto senza dover rincorrere di prassi l’ospite. Trovare un equilibrio tra cast interno e inviti, come accade a Milano o a Roma, non appare utopia così lontana adesso. Oltre a Luisa Ieluzzi e Alessandro Staiano, si sono alternati nei ruoli principali Anna Chiara Amirante e Stanislao Capissi, Claudia D’Antonio e Danilo Notaro, tutti formati alla Scuola di Ballo del Massimo napoletano sotto la gloriosa direzione della Signora Anna Razzi, cui va il merito di aver risollevato una Istituzione all’epoca del suo insediamento nel 1990 e di aver formato, nei venticinque anni di attività, solisti e primi ballerini che calcano ancora oggi le scene internazionali. La prestazione del Corpo di ballo, diretto da Clotilde Vayer, è stata ottima e le nuove Étoiles Luisa Ieluzzi e Alessandro Staiano hanno saputo brillare per il rigore tecnico con cui hanno affrontato i ruoli dei protagonisti, ma anche per intensità espressiva. Se l’aspetto saliente del dramma è affidato a Giulietta, vista la conflittualità con la famiglia e lo scontro inevitabile tra volontà di amare il suo ‘nemico’ e la necessità di obbedire alle imposizioni paterne, Ieluzzi ha saputo incarnare con grande maturità il dramma di una adolescente che trova la morte nel momento in cui inizia a diventare donna, condensando nella propria performance innocenza e voluttà, ansia e speranza, gioia e dolore, sorpresa e terrore. Un giro di boa per la crescita di questa giovane artista. Più orientato sull’aspetto lirico e riflessivo il Romeo di Alessandro Staiano, nobilmente contenuto nelle esternazioni di passione e più vicino al Romeo cinematografico di Zeffirelli, nobile nell’atteggiamento e calmo nella comunità veronese, dolcemente innamorato di una giovane da cui sarà subito allontanato. Staiano ha avuto sulle proprie spalle, da anni, i principali ruoli maschili del grande repertorio e ha saputo modellare la propria naturale propensione per i ruoli di carattere in direzione opposta, verso stili nobili e dalla più rigida pulizia tecnica, compiendo un grande percorso di crescita. Tra i comprimari, ottima prestazione per Carlo De Martino, Mercuzio realistico e ben calato nel ruolo (in alternanza con Salvatore Manzo) e di Ertugrel Gjoni nel ruolo di Tebaldo (in alternanza con Raffaele Vasto), sempre adatto a personalità dalla vocazione cruda, data la sua forte presenza scenica e ai lineamenti spigolosi. L’orchestra, diretta dal Maestro Vello Pähn, ha eseguito la partitura con vigore, permettendo al pubblico di godere delle sonorità di inizio Novecento. Il pubblico del giorno 26, costantemente portato ad applaudire fuori contesto (indice di scarsa pratica del teatro ma, allo stesso tempo, di entusiasmo positivo), ha sì ricambiato con caldi applausi finali solisti e corpo di ballo, alzandosi anche in piedi per omaggiare al massimo la produzione tutta, ma ha riservato ‘perle’ di maleducazione in alcuni episodi in cui è stata versata acqua dall’ultimo ordine di palchi o una coppia di sessantenni ha allegramente pensato di scavalcare più volte le poltrone della fila davanti sotto gli occhi di chi scrive lasciando sui propri sedili anche una bottiglia d’acqua (!) o, ancora, la stessa persona ha stremato le mascherine non indossando i dispositivi di protezione anticovid come richiesto dal personale di sala stremato. Ancor più, inoltre, destano lo sconforto più totale coloro che ridono come sciocchi tra una pugnalata e una smorfia di morte sulla scena, anche se alla fine tutti hanno applaudito caldamente e con grande convinzione. Ci domandiamo, pertanto, se la permanenza forzata davanti ai dispositivi elettronici e l’assuefazione a uno spettacolo non dal vivo abbia corrotto fino a questo punto l’habitus del pubblico che, invece di vivere una esperienza immersiva amando e soffrendo insieme a Giulietta e Romeo, vive invece l’atto performativo reale come un qualcosa da cui potersi estraniare commentandolo in ogni momento. Tra tutte le cose che insegnano le centinaia di scuole di danza/teatro/musica ecc. disseminate sul territorio, l’educazione alla fruizione dello spettacolo dal vivo dovrebbe avere la priorità, qualsiasi cosa si stia rappresentando in scena, ma ancor più quando questo prodotto è racchiuso in uno scrigno d’oro come il Teatro di San Carlo e quando il suo pubblico si trova a vivere un momento storico di importanti nomine e produzioni non locali, ma di livello internazionale come questa. (foto Luciano Romano)

 

 

 

 

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