Trieste, Teatro “G.Verdi”: “Al Mulino” di Ottorino Respighi

Trieste, Teatro Lirico Giuseppe Verdi – Stagione lirica e di balletto 2022
“AL MULINO”
Dramma lirico  in due atti  di Ottorino Respighi tratto da un libretto di Alberto Donini. Ricostruzione libretto e completamento orchestrazione Paolo Rosato.
Prima esecuzione mondiale
Aniuska AFAG ABBASOVA-BUDAGOVA NURAHMED (12.6)/ RINAKO HARA (11.6)
Nicola DOMENICO BALZANI
Sergio ZI ZHAO GUO (12.6)/ MOTOHARU TAKEI (11.6)
Pope CRISTIAN SAITTA
Anatolio MIN KIM
Maria ANNA EVTEKHOVA
Ufficiale BLAGOJ NACOSKI
Solo ( lontano) FRANCESCO CORTESE (12.6)/ DAX VELENICH (11.6)
Soldato GIULIANO PELIZON (12.6)/ ARMANDO BADIA (11.6)
Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Da Ros
Maestro del coro Paolo Longo

Regia,   scene e costumi Daniele Piscopo
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 11 e 12 giugno 2022
La fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste  chiude la stagione 2022 con un titolo in prima mondiale: Al Mulino di Ottorino Respighi. La storia di questa partitura è tormentata. Nel 1905 andò in scena il primo lavoro teatrale di Alberto Donini: Al Mulino, una intricata vicenda che raccolse tali successi in Italia ed all’estero da indurre il commediografo a stenderne il libretto   per farne un’opera, affidandolo a Respighi , che chiese all’autore alcune modifiche al lavoro, in particolare la divisione  in due atti. La richiesta suscitò il disappunto del  librettista e lo scontro fra i due si fece insanabile e lo spettacolo andò in scena con la firma di  Leopoldo Cassone. Lo spartito di Respighi finì in un cassetto e, ritrovato di recente, assieme ad una serie di appunti ed annotazioni, venne ricostruito e completato nell’orchestrazione dal il maestro Paolo Rosato, studioso attento e profondo conoscitore del compositore bolognese. Ne è nata la partitura che ha chiuso una stagione caratterizzata da una crescente presenza di pubblico e da un costante apprezzamento per gli sforzi del teatro di garantire allestimenti  ed interpreti di qualità.
Al Mulino è un lavoro complesso, che affronta tematiche attuali: la guerra, gli abusi familiari, la violenza sulle donne. Perfino l’ambientazione in una Russia autoritaria ed aggressiva sembra drammaticamente odierna. Se il libretto è coraggioso, sia negli argomenti  trattati, che nelle scelte lessicali,  la musica non è da meno, con pagine di grande impatto, momenti di struggente passione, ardite sperimentazioni  ed una costruzione complessiva  estremamente coinvolgente anche se a tratti i tempi appaiono un po’ dilatati.
Il teatro ha scelto di mettere il scena questo titolo affiancandolo a Pagliacci (ma che abbiamo voluto trattare a parte, vista l’originalità della proposta) e questo ha fatto sì che una parte del pubblico lasciasse  la sala prima della rappresentazione del titolo di Respighi. Una chiara scelta a priori, visto che si trattava di una prima mondiale.  Sulla quale bisogna riflettere, ma che non deve far demordere dalle proposte innovative, ricordando che le stagioni teatrali devono avere anche una finalità educativa, propositiva, innovativa e non solo per fare “cassetta”. Forse  si sarebbe potuto fare anche di più: una serata tutta respighiana, o allestire in teatro una mostra che illustrasse la figura del compositore, magari con i giusti rimandi ad alcuni allestimenti  triestini del passato  che hanno fatto epoca. Ad esempio la Campana Sommersa del 1981, o  La Fiamma del 1987. Fra chi si è fermato, buona parte della sala,    con molti giovani, frutto dell’attenta politica del teatro che cerca di sensibilizzare il mondo delle scuole, il consenso al lavoro è stato decisamente ampio.
Sicuramente un grande merito va ascritto  alla direzione sapiente del Maestro Fabrizio Da Ros, che ha saputo governare un’orchestra  che aveva davanti a sé una partitura faticosissima da eseguire. Ne è uscito un crescendo emozionale che ha coinvolto la sala,  con un ritmo narrativo incalzante ma non prevaricante sulle voci,  una attenzione alle parti solistiche orchestrali che sono state esaltate nella loro bravura ed una attenzione alla visione complessiva del lavoro che dimostra la grande competenza  di questo raffinato musicista, che ha saputo sostenere i cantanti,  molti dei quali erano costretti ad un massacrante tour de force.
Il coro, diretto da Paolo Longo,  ha  eseguito con intensità  e misura i suoi interventi, dimostrandosi ancora una volta un organico di grande  spessore, affidabile  ed eclettico.
Per quel che riguarda regia, scene e costumi, tutti firmati da Daniele  Piscopo, si è messo in evidenza un senso di oppressione, con una scena elegante,  forse non chiara nel definire le ambientazioni fra il primo e secondo atto, più improntato a  una dimensione più metafisica che reale, ma  riesce a far convivere proiezioni con elementi scenici reali.Sul piano vocale si alternavano due compagnie, con alcuni interpreti che nella stessa serata cantavano anche Pagliacci. Fra questi vanno subito citati  Min Kim (Anatolio)  che ha prestato la sua potente vocalità ad un ruolo decisamente complesso interpretativamente; il convincente Blagoj Nacoski  (Ufficiale) che ha fornito una lettura vocale e scenica in crescendo nel corso delle repliche ed ha dato al suo personaggio il peso centrale che  ha nella vicenda, anche grazie ad una prestanza fisica solo in parte valorizzata dalla regia. L’infido Nicola trovava nella ricchezza vocale di Domenico Balzani un interprete in grado di trovare le giuste sfumature; convincenti il solido Cristian Saitta (Pope), Anna Evtekhova (Maria)  e Giuliano Pelizon ed Armando Badia che si alternavano efficacemente nel ruolo del soldato. Di grandissima suggestione la prova offerta da Francesco Cortese e Dax Velenich,  che giustamente sono stati portati al proscenio ad eseguire una struggente pagina a cappella  con il coro dietro le quinte. E veniamo ai due protagonisti: Sergio e Aniuska. Ruoli che abbiamo scoperto presentare non poche difficoltà vocali e interpretative, affrontate dai cantanti in modo da adattare il ruolo alle loro caratteristiche vocali e sceniche offrendoci così delle sfaccettature differenti  dei loro personaggi. Come Sergio si sono alterntati Zi Zhao Guo e Motoharu Takei. Il primo, ha un cospicuo mezzo vocale (che dovrà maturare per un maggior controllo della tenuta complessiva), che lo ha portato ad evidenziare i tratti più vigorosamente romantici, irruenti, volitivi del ruolo. Il secondo, con voce più limitata, ma non priva di sicurezza tecnica,  ha efficacemente puntato a rappresentare lo strazio e la sofferenza di chi si vede rapire amore e sogni.
L’altrettanto impegnativa parte di Aniuska ha visto sulla scena rispettivamente Afag Abbasova-Budagova Nurahmed e Rinako Hara. La  Abbassova ha mostrato sicurezza nella gestione del ruolo, anche se sono emersi qua e la segni di stanchezza (la cantante la sera prima aveva cantato Nedda). Con vocalità garbata, ma non per questo meno sicura ed espressiva, Rinako Hara, ha offerto una prova intensa, riuscendo ad essere  determinata, sprezzante,  innamorata,  risoluta. Alla fine lunghi applausi per tutti, con ovazioni per  direttore ed orchestra, a suggellare una chiusura decisamente riuscita nel  migliore dei modi e gratificando la scelta coraggiosa di un teatro che sembra riprendere in mano le redini della cultura musicale della sua regione.

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