Bergamo, Donizetti Opera 2022: “La favorite”

Bergamo, Donizetti Opera 2022
LA FAVORITE”
Opéra in quattro atti su libretto di Alphonse Royer e Gustave Vaëz
Musica di Gaetano Donizetti
Léonor de Guzman ANNALISA STROPPA
Fernand JAVIER CAMARENA
Alphonse XI FLORIAN SEMPEY
Balthazar EVGENY STAVINSKY
Don Gaspar EDOARDO MILLETTI
Inès CATERINA DI TONNO
Un seigneur ALESSANDRO BARBAGLIA
Orchestra e Coro Donizetti Opera e Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Salvo Sgrò
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga e Peter van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Coreografia Massimiliano Volpini
Luci Peter van Praet
Bergamo, Teatro Donizetti, 3 dicembre 2022
Spettacolo di punta del Festival la nuova produzione di “La favorite” in edizione critica integrale non ha deluso le attese e segnato un punto fermo per la storia futura di quest’opera. Riportata alla sua natura di grand’opéra “La favorite” riacquisisce un fascino tutto particolare in cui il gusto per lo spettacolare, le suggestioni esotiche, i momenti di disimpegno arricchiscono anziché indebolire il nucleo drammatico principale.
Il primo merito della riuscita spetta all’attento lavoro svolto da Riccardo Frizza alla guida dell’Orchestra Donizetti Opera. La direzione s’inserisce all’interno di un più lungo progetto che Frizza e i complessi del festival stanno svolgendo sul colore e sul suono orchestrale al fine di recuperare il più possibile la prassi esecutiva d’epoca. Una direzione dai colori tersi e sgargianti che predilige una ritmica tesa e colori più chiari. La ricchezza della scrittura orchestrale – a Parigi Donizetti sfrutta al meglio le possibilità della compagine a disposizione – emerge con chiarezza e viene evidenziata nel modo migliore senza però mai perdere di vista il taglio stilistico complessivo. Il risultato è un’atmosfera di nobile eleganza, in cui le passioni divampano – nessuna traccia di freddezza – ma sempre all’interno di quella compiutezza formale assoluta che l’opera francese aveva ereditato dal passato neoclassico arricchito ma non rinnegato dalle nuove impellenze espressive romantiche. L’orchestra mostra una piena condivisione del taglio direttoriale offrendo una prova decisamente positiva così come molto buona quella del coro che univa i complessi locali della Donizetti Opera con quelli dell’Accademia scaligera.Le qualità orchestrali sono fondamentali ma non certo sufficienti in un’opera come questa che molto si affida alla qualità delle voci. Impossibile anche solo immaginare oggi un Fernand migliore di Javier Camarena. Se ci aveva strappato elogi nel recente recital donizettiano – sempre con i complessi del festival – dal vivo la sua prova risulta ancor più emozionante. Camarena supera senza incertezze una parte di non comune impegno per difficoltà e lunghezza resa ancor più temibile dall’esecuzione di “Oui, ta voix m’ispire” che chiude il primo atto con sfoggio di eroica bravura arricchita da acuti di radioso squillo. Camarena è anche – e soprattutto – un interprete raffinato e sensibile, capace di cesellare con gusto impeccabile i momenti più lirici culminanti in un’esecuzione magistrale di “Ange si pure” dove un fraseggio curatissimo ed espressivo si unisce a un canto di adamantina facilità suggellato da un radioso Do acuto. Un Fernand quindi che trova confronto solo con storici interpreti del ruolo con a favore di Camarena l’integrità dell’esecuzione e l’uso dell’originale francese.
Splendida Léonor Annalisa Stroppa. Voce non di grande corpo, ma davvero bella per timbro e colore e perfettamente a suo agio nella tessitura Falcon del ruolo. Quello della Stroppa è un canto impeccabile, con un solidissimo controllo del fiato unito a un fraseggio curato ed espressivo. Convince un taglio interpretativo di controllato patetismo, senza cedimenti a inutili drammatismi,  caratterizzato da un’eleganza nel porgere di taglio autenticamente francese. Fa veramente piacere ascoltare un “O mon Fernand” così intimo e dolente, privo di ogni platealità espressiva, seguita da una cabaletta staccata con il piglio dell’autentica belcantista. Le qualità di attrice e l’innegabile fascino completavano la resa del personaggio.
Florian Sempey è un Alphonse cantato con gusto e stile. Il fraseggio è perfettamente controllato e si nota una ricerca nel porgere molto curata. Qualità che le consentono una buona prestazione ma l’assenza di una cavata più ampia e di un canto naturalmente nobile e rotondo (che l’ottimo lavoro sul fraseggio non compensa a pieno lasciando un sentore di troppo costruito) impediscono una piena realizzazione delle pur valide intenzioni interpretative. Il risultato complessivo è una prova nel complesso godibile ma non al pari livello dei colleghi.
Voce molto bella e ottima linea per il Balthazar insolitamente giovanile ma di giusta autorevolezza di Evgeny Stavinsky. Bel timbro ma emissione non sempre inappuntabile per la Inès di Caterina di Tonno e perfettamente funzionali Edoardo Milletti (Don Gaspar) e Alessandro Barbaglia (un signeur).
Resta da dire – e molto – sulla regia di Valentina Carrasco che per quanto meno disturbante che in altre occasioni rappresenta un esempio perfetto di una drammaturgia imposta in totale contrasto con la vicenda e le sue ragioni. La Carrasco parte dall’idea delle favorite come figure femminili che scontano la loro posizione in uno stato di totale segregazione e inappagamento, proiettate a una visita del sovrano che nonostante tutto non arriverà mai e che inesorabilmente invecchiano in una vita vuota di senso. Questo aspetto diventa un’occasione per riflettere sulla marginalizzazione e sull’isolamento delle persone anziane nella società contemporanea. Un tema sicuramente importante sul piano sociale ma che nulla a che vedere con una storia di amore e onore come quella prevista da Donizetti e dai suoi librettisti.
La scena si popola così di letti a castello coperti di veli bianchi quasi a guisa di sudari abitati da un gruppo di attempate signore che popolano i momenti fondamentali della scena in modo spesso decisamente invasivo – si veda il finale dove compaiono come prefiche togliendo alla scena tutta l’intimità richiesta. Il punto culminante di questa lettura è rappresentato dal balletto sostituito da una pantomima in cui le anziane recluse combattono il tedio di una sprecata impegnandosi a rassettare e a rifare i letti.
Tecnicamente tutto molto ben eseguito ma in nulla coerente con le ragioni drammaturgiche dell’opera e quindi stridente nei confronti di musica e testo. Altri momenti – sostanzialmente quelli centrati sui singoli protagonisti – funzionano meglio anche grazie a una buona cura della recitazione. La scena non è priva di eleganza e le grate che serrano tutti come un carcere rendono il carattere oppressivo di certi ambienti. L’impianto essenziale è arricchito da alcuni elementi che evocano i vari ambienti: un’immagine mariana di gusto barocco per il convento, palme per i giardini dell’Alcazar, mentre i veli rendono più astratti e meno invasivi gli onnipresenti letti delle favorite.
Eleganti e coerenti i costumi ottocenteschi di Silvia Aymonino che tolgono la vicenda dal rivestimento medioevale d’occasione per riportarla al nucleo di dramma borghese.   

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