Napoli, Teatro Bellini: “La Nona” di Beethoven della Compagnia Zappalà Danza

Napoli, Teatro Bellini, stagione di danza 2022-2023
La Nona: dal caos, il corpo
3° step del progetto Transiti humanitatis

Compagnia Zappalà Danza
Musica Ludwig Van Beethoven, Sinfonia n°9 op.125
nella trascrizione per due pianoforti di Franz Liszt
Coreografie e regia Roberto Zappalà
Testi a cura di Nello Calabrò
Pianisti Luca Ballerini, Stefania Cafaro
Soprano Marianna Cappellani

Danzatori Corinne Cilia, Filippo Domini, Anna Forzutti, Alberto Gnola, Marco Mantovani, Sonia Mingo, Gaia Occhipinti, Fernando Roldan Ferrer, Silvia Rossi, Valeria Zampardi, Erik Zarcone
assistente alle coreografie Maud de la Purification
progetto Transiti Humanitatis

Produzione Scenario Pubblico | Compagnia Zappalà Danza – centro di rilevante interesse nazionale
in collaborazione con Teatro Garibaldi / Unione dei Teatri d’Europa (Palermo), ImPulsTanz – Vienna International Dance Festival, Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Massimo Bellini di Catania

Napoli, 10 dicembre 2022
 
È l’ultima sinfonia di Beethoven che ispira La Nona – Transiti humanitatis, della compagnia Zappalà Danza, che si inserisce nella stagione di danza,  curata da Manuela Barbato ed Emma Cianchi per il Teatro Bellini di Napoli, che da anni opera con benemerita efficacia nella messa in scena di classici e ricerca coreografica sia d’avanguardia che di compagnie storiche.
Come si legge sulle pagine virtuali di RaiCultura: «Da 30 anni Roberto Zappalà racconta, come nessun altro, la vivacità artistica del Sud insieme alla sua compagnia Zappalà Danza, uno dei quattro Centri Nazionali di Produzione della Danza riconosciuti dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Il suo stile coreografico, definito MoDem, dopo anni di ricerca del movimento insieme ai suoi danzatori è divenuto un linguaggio con una sua identità. Roberto Zappalà ha fondato nel 2002 Scenario Pubblico a Catania: una struttura dei primi del ‘900, acquistata grazie all’intervento di privati, ristrutturata con fondi europei e divenuta residenza della Compagnia. Un luogo pensato per la danza contemporanea, esempio di centro coreografico europeo e diventato punto di riferimento per la danza in tutto il Sud Italia».
Lo spettacolo portato in scena dai giovani della Compagnia al Bellini di Napoli si colloca sulla lunghezza d’onda della grande attualità, se si legge ancora una volta il messaggio di una danza socialmente impegnata, soprattutto alla luce dei tragici eventi di cronaca più recenti.
Tuttavia la costruzione di Zappalà, nonostante la sapiente esperienza nella creazione del movimento e della costruzione del tutto, sceglie un’anima musicale che si rivela la sua ‘salvezza’. Per lo sguardo esigente di chi non vede novità alcuna, se non ripetitività ossessiva nella gestione corale di un movimento – sia pure ben costruito, le formule presentate sarebbero risultate difficili da sostenere a lungo con una musica che non fosse un capolavoro. A tratti didascalico (la mascherata finale, la giustapposizione/sovrapposizione della recitazione, il quadro di ritorno all’infanzia finale), incrocia e sovrappone i tre sistemi (musica, danza, parola) in maniera non sempre felice. Una bella idea insomma, ma non sviluppata in una direzione registica efficace nella sua totalità. 
Bravi i giovani danzatori, che sono stati i veri portatori di un messaggio non sempre chiaro ma che i loro corpi hanno fatto arrivare al pubblico con la forza propria di ciascuno, guadagnando meritati e convinti applausi. Qualcuno nel pubblico commentava come ‘i piedi’ fossero in realtà ‘mani’, mostrando quanto la costruzione del ‘corpo danzato’ colpisca soprattutto l’immaginario di chi la danza la osserva senza sovrastrutture.
Quello che lascia perplesso chi invece la danza la osserva con occhio profondo è tuttavia la costante stereotipia dell’espressività dei volti: non è dato sapere se fosse una espressa richiesta del coreografo, ma la tipologia di contrazione della muscolatura facciale sui volti di tutti è apparsa esattamente quella che si vede ormai quasi sulla totalità dei danzatori in scena da tempo, che siano classici o meno (per intenderci, è la stessa che si registrava anche sui volti di Albrecht e Hilarion nella Giselle andata in scena di recente al Teatro dell’Opera di Roma e trasmessa pochi giorni fa da RAI5). Insomma, tra il contrito e il dubbioso. Ci domandiamo se davvero così pochi sono i danzatori capaci di discostarsi dall’imitazione reciproca, lasciando che la propria personalità traspaia dal viso, oltre che dal corpo, ancor più in una Compagnia in cui la diversità è prassi ordinaria di una democrazia del movimento.
Molto bravi i due pianisti in scena, impegnati nella bellissima quanto difficile trascrizione della Nona da parte di Franz Liszt, Luca Ballerini e Stefania Cafaro, così come il soprano Marianna Cappellani. Le quattro mani hanno saputo sostenere la grande difficoltà di rievocare l’organico orchestrale e corale originariamente previsto per la Sinfonia, conferendo allo spettacolo una notevole forza.
Buona l’affluenza di pubblico e l’attenzione in sala: il sostegno per le poche Compagnie che colorano il panorama della danza contemporanea offrendo lavoro in casa ai giovani che si formano con impegno e, per fortuna, ancora con grande entusiasmo in Italia non va trascurato, ma andrebbe posto all’attenzione dei governanti a gran voce da tutte le possibili istituzioni che si occupano di danza, dalla formazione alla produzione, così come una riflessione sui contenuti e le forme di una danza che troppo spesso, di recente, si involve su se stessa. (foto Serena Nicoletti)

 

 

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