Torino, Auditorium RAI: Ion Marin dirige la Nona di Beethoven

Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, di Torino, Stagione Sinfonica 2022-23.
Concerto di Natale
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Ion Marin
Maestro del Coro Andrea Secchi

Soprano Uliana Alexyuk
Mezzosoprano Valentina Stadler
Tenore Nicky Spence
Basso Tómas Tómasson
Ludwig van Beethoven: Sinfonia n.9 in re minore op.125 “Corale” (1824)
Torino, 23 novembre 2022
Si va all’Auditorium RAI, per la Nona Beethoveniana, covando ancora la cocente delusione di non riuscire mai ad avere per Natale il dono di un Messia o di un Oratorio di Natale o di una Enfance du Christ. Il mutato clima politico non è neppure servito a portarci un nazionale Natale del Redentore. C’è comunque la speranza di poter gioire per l’Inno alla Gioia, seppur dubitiamo del carattere natalizio dell’opera beethoveniana. La bacchetta designata e forse anche ispiratrice della scelta della Nona, Fabio Luisi, ha dato forfait, per malattia, alcuni giorni prima e il rumeno Ion Marin  lo ha sostituito. Marin lo ricordiamo, a settembre 2019, alla testa della Filarmonica di San Pietroburgo, dirigere il Titano di Mahler, ancora per una non felicissima sostituzione di un indisposto Temirkanov. Si presenta con tutto il fascino del gentiluomo mitteleuropeo: frac dal taglio impeccabile, scarpe con brillio stellare, chiome ondeggianti, le movenze sono plastiche e sinuose, di grande armonia e piacevolezza; le braccia e i polsi mulinellano in aria con risoluta perentorietà. Il risultato fonico annichilisce. Gli orchestrali, irriconoscibili sparano db a tutta forza. I timpani suonano “da spavento”, per ogni colpo di mazza il sobbalzo è garantito. Le linee e le trame che innervano i meravigliosi primi tre movimenti della sinfonia, sono affogati in un clangore inusitato. Marin, avrà sicuramente avuto poco tempo per la concertazione, quindi, si è inclini a perdonargli sia le trascuratezze dinamiche che i fraseggi sbozzati. L’ascolto, non riuscendo a cogliere le linee del discorso, si fa però faticoso e la comprensione dell’opera ne risulta inevitabilmente compromessa. Beethoven nel 1822, benché completamente sordo, continuava a comporre con estrema levità e delicatezza. L’Arietta Variata della sonata op 111 per pianoforte è anch’essa del 1822, e la preghiera, terzo tempo del quartetto op 132, del 1825, sono esempi luminosi di maestria compositiva e nel contempo di assoluta levità. Per un musicista preparato e scrupoloso, come sicuramente è Marin, deve escludersi che un risultato così maldestro sia frutto di una scelta voluta, ma che derivi da uno stato di necessità dovuto alla carenza di tempo disponibile a perfezionare la realizzazione di una propria visione dell’opera.
Il quarto tempo è quello dell’Inno alla Gioia, motivo sicuro di richiamo anche per un pubblico non avvezzo alle sale di concerto, vista la notorietà del brano. Fin dalla creazione della sinfonia, è stato considerato da molti un “corpo estraneo” che corrompe la classica costruzione sinfonica. Beethoven poi non ha dato del suo meglio nel musicarne le parti vocali: per i solisti le richieste sono eccessivamente scabrose ed ardite, per il coro c’è una perentoria assimilazione al modello strumentale. Il variegato  quartetto vocale è formato dal soprano ucraino Uliana Alexyuk, dal mezzosoprano tedesco Valentina Stadler, dal tenore scozzese Nicky Spence e dal basso islandese Tómas Tómasson. I quattro volonterosi solisti, hanno quindi mostrato le consuete grandi difficoltà connaturate alle loro parti. Dopo un’introduzione stellare di violoncelli e contrabbassi, con le viole le sezioni sempre sugli scudi dell’OSN RAI, il basso sciorina, al meglio dei suoi mezzi, il recitativo, opportunissimo visto l’andamento della serata, in cui chiede ” basta con questi suoni! Intoniamone altri più piacevoli e più gioiosi”. La richiesta viene inesorabilmente disattesa. Il coro del teatro Regio di Torino, sicuramente per disposizione di Marin, certo non dell’ottimo Andrea Secchi, suo maestro titolare, si lancia in un Freunde schöner Götterfunker più accostabile ad un terrorizzante Dies Irae verdiano che ad un invito ad abbracciarsi tra gioiosi fratelli. La scrittura beethoveniana, come sopra detto, è impervia, ulteriore motivo perché venga trattata con gentilezza e non catapultata di forza in una incandescente fornace fra grida e stridor di denti.
Come si può riascoltare su RAIPLAY, la signora Franchi, ottima presentatrice radiofonica del programma, afferma che la capienza dell’auditorium, 1.200 posti, è al completo anche per il rinforzo di 500 studenti reclutati tra gli allievi del conservatorio e delle scuole cittadine. L’entusiasmo, esternato da questi giovani, ha trionfalmente concluso la serata. Gli applausi reiterati sono stati ulteriormente prolungati da Marin che, non abbandonando la scena, con accorta regia, ha richiamato alla ribalta e segnalato all’attenzione del pubblico solisti, coro e strumentisti vari. Si vorrebbero alzare  lagnanze per il  decadere del gusto e della cultura musicale, ma ci si persuade che c’è del buono anche così. Se milioni di ragazzi si abbandonano al rap e decine di migliaia si esaltano ai concept-concert da stadio, non c’è ragione di rammarico se almeno qualche centinaio gioisce dopo aver abbandonato, come si augurano Schiller e Beethoven, quei suoni per darsi, almeno una volta, ad un canto, seppur sguaiato, di Gioia.

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