Como, Teatro Sociale: “Uno sguardo dal ponte”

Como, Teatro Sociale – Stagione Notte Prosa 2022/23
UNO SGUARDO DAL PONTE”
di Arthur Miller, traduzione Masolino D’Amico
Eddie Carbone MASSIMO POPOLIZIO
Beatrice Carbone VALENTINA SPERLÌ
Avvocato Alfieri MICHELE NANI
Marco RAFFAELE ESPOSITO
Rodolfo LORENZO GRILLI
Catherine GAJA MASCIALE
Tony FELICE MONTERVINO
Primo Agente MARCO MAVARACCHIO
Secondo Agente GABRIELE BRUNELLI
Louis MARCO PARLÀ
Regia Massimo Popolizio
Scene Marco Rossi
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Gianni Pollini
Suono Alessandro Saviozzi
Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro Di Roma – Teatro Nazionale e Emilia Romagna Teatro Fondazione
Como, 07 marzo 2022 – Prossime Date 
Fa piacere constatare come Arthur Miller, gigante del teatro americano del Novecento, sia un autore sempre frequentato dai nostri teatri – pensiamo alle importanti produzioni che solo negli ultimi dodici mesi si sono viste percorrere la penisola, quelle di “Morte di un commesso viaggiatore” di Leo Muscato e “Il crogiolo” di Filippo Dini. Ecco allora che non ci stupisce questa ripresa di “Uno sguardo dal ponte” e ci stuzzica l’idea che a dirigerla e interpretarla ci sia uno dei nostri massimi attori, Massimo Popolizio. Il Popolizio regista è certamente attento nel dirigere i suoi attori e nel veicolare chiaramente le sue idee interpretative: egli evita accuratamente di cadere nella trappola dei migranti (una cornice che già per Miller era quasi pretestuosa) per mirare al cuore del dramma, e cioè la nascita, crescita e devastazione di un sentimento contronatura, quello dello zio Eddie per la diciassettenne nipote Catherine. Per questo il personaggio della ragazza è gestito come una specie di bambinetta nelle prime scene, dalla fisicità prorompente e smaliziata, almeno finché non incontra il sicilianino Rodolfo, biondo e dalle velleità teatrali. Eddie inizia a maturare una visione del giovane del tutto distorta, addirittura convincendosi della sua omosessualità: intuendo, cioè, crescere il sentimento contronatura dentro di sé, Eddie lo proietta sul giovane (in maniera assolutamente pretestuosa), cercando invano di convincere chiunque che egli finga interesse per Catherine solo per avere la cittadinanza. Intanto gli è accanto una moglie che lui non riesce più a desiderare, poiché ossessionato dalla nipote, e un altro migrante, Marco, fratello di Rodolfo, paradigma di specchiata umiltà e gratitudine, una sorta di santo del lavoro che sogna di tornare dai suoi in Sicilia appena possibile. L’abbrutimento di Eddie Carbone è anche fisico: se all’inizio egli è un uomo di mezz’età ancora piacente, verso la fine egli soffre di dolori inspiegabili, parla in tono febbrile, trascina una gamba; in una parola è abbrutito dal suo desiderio incestuoso, come un Dorian Gray senza ritratto: e questo abbrutimento, infine, andrà a intaccare anche l’unica cosa cui è rimasto fedele nonostante tutto – la solidarietà coi propri simili. Questa parabola di una bestia ferita, che si lascia divorare dal proprio male fino all’osso, trova da una parte espressione in una recitazione giustamente ferale, una parola abbaiata e masticata, sovente in vernacolo siciliano; dall’altra un efficacissimo contraltare in tutto l’apparato scenico, volto a una pulita geometria in toni di grigio (ben disegnata da Marco Rossi) e incorniciato dai precisi e suggestivi apporti delle luci di Gianni Pollini e del suono di Alessandro Saviozzi (che mescola vecchie canzoni e suoni ambientali con musica extradiegetica). Il cast, istruito nelle direzioni di cui sopra, raggiunge risulati pregevoli, in alcuni casi sorprendenti; Massimo Popolizio, da attore, è semplicemente se stesso, nell’accezione migliore del termine: cerca in ogni modo di portare in scena il suo Eddie, a volte gigione e altre predatore, vecchio leone incapace di cedere la corona e miserabile e lascivo perbenista; parimenti Gaja Masciale è una Catherine quasi allucinata, adorabile e furente, unica vera vittima di tutta questa storia, che si contorce disperatamente come ogni preda colta nella rete; forse avremmo potuto pretendere di più dalla performance di Valentina Spirlì nel ruolo di una Beatrice fin troppo signorile, forse un filo sotto le righe, anche nei momenti da matriga cattiva con Catherine; Raffaele Esposito (Marco) e Lorenzo Grilli (Rodolfo) incarnano specificamente e con intensità i due volti positivi dell’italianità che l’America degli Anni Cinquanta vedeva: lo zelo nel lavoro e l’attitudine artistica – mentre è nel personaggio di Eddie che si incarnano i cliché negativi sulla nostra nazione: reazionaria, maneggiona, infida. Tuttavia occorre riconoscere a Michele Nani l’interpretazione migliore in ogni senso – fisico e vocale: egli è il narratore di questa tragedia da bassifondi, l’avvocato Alfieri, corpulento depositario di una saggezza tanto colta quanto pragmatica, unico a riconoscere la malsana passione di Eddie; Nanni caratterizza con fisicità irruente eppure sempre controllata il personaggio, dimostrando inoltre di saper cantare e soprattutto di saper narrare senza risultare didascalico, assolvendo a una funzione molto vicina a quella del coro antico. Il successo di pubblico è sancito dai molti applausi finali, anche se, va detto, sono tanti anche i malumori per uno spettacolo, a detta di comasco, “troppo caricato” e “di difficile comprensione”: un’ennesima prova che Miller non vada mai lasciato troppo nel cassetto. Foto Yasuko Kageyama

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