John Frederick Lampe (1703 – 1751): “The Dragon of Wantley” (1737)

Opera in tre atti su libretto di Henry Carey. Mary Bevan (Margery), Catherine Carby (Mauxalinda), Mark Wilde (Moore of Moore Hall), John Savournin (Gaffer Gubbins/The Dragon). The Brook Street Band, John Andrews (direttore). Registrazione: St Jude-on-the-Hill, Hampstead Garden Suburb, 1–4 settembre 2021. 2 CD Resonusclassics RES10204
Il successo dell’opera italiana nella Londra dei primi decenni del Settecento non poteva non creare una reazione fatta – nel più puro spirito inglese – di satire e di parodie. Tra gli esempi più riusciti di questo genere “The Dragon of Wantley” rappresenta anche uno dei maggiori successi dell’opera inglese nel corso della sua storia. Composta nel 1737 dal tedesco John Frederick Lampe – giunto a Londra come oboista nell’orchestra di Händel – è rimasta in scena fino al 1782 contando più riprese di qualunque altra composizione britannica tanto da contare una revisione ancora nel 1824.
Il libretto di Henry Carey s’ispira a una ballata tradizionale dello Yorkshire ma la elabora in modo totalmente farsesco fino ai limiti dell’assurdo. Protagonista è un improponibile eroe – Moore of Moore Hall– perennemente ubriaco che accetta di cacciare il drago in cambio dei favori della bella figlia del capo villaggio Margery e scatenando le gelosie della vecchia amante Mauxalinda (Maux equivale a prostituta nello slang londinese del tempo) riuscendo infine a sconfiggere il mostro con un poderoso calcio nelle terga.
Il tutto in un trionfo di situazioni parodistiche, di evocazioni alimentari da paese della cuccagna e di doppi sensi spesi a piene mani. In contrasto con una certa grettezza del libretto la musica di Lampe si eleva con arte. Il compositore conosce alla perfezione i moduli dell’opera italiana e ci gioca mantenendo però sempre un livello alto e nobile attestato anche dalla scelta di sostituire i parlati dei tradizionali mask inglesi con autentici recitativi secchi. La scrittura delle parti vocali non rinuncia al virtuosismo e richiede ottime qualità tecniche agli esecutori.
Il gioco parodistico investe in primo luogo il mondo teatrale e i suoi vizi tematica particolarmente cara a Lampe che vi ritornerà nel 1745 con “Pyrmus and Thisbe”. La stessa vicenda riecheggia il tema del salvataggio da creature mostruose molto in auge nei titoli dell’epoca – il “Giustino” di Händel dello stesso anno presenta ben due situazioni simili –ma non manca neppure la parodia degli oratori nel coro finale in cui una serie di ripetuti “huzzas” sostituiscono i canonici “hallelujah”. Non esplicitato ma assolutamente palese per il pubblico del tempo il richiamo allo scontro tra Faustina Bodoni e Francesca Cuzzoni nei furiosi duetti tra le due prime donne. L’opera si organizza come una serie di arie – sia in una sia a tre sezioni – alternate da recitativi ma trovano spazio anche tre duetti e un terzetto.
La satira del libretto non è solo culturale ma politica. L’immagine del drago divoratore di messi e provviste era ben nota al pubblico del tempo perché ampiamente usata dai caricaturisti per raffigurare il primo ministro Robert Walpole accusato di affamare la nazione con la sua riforma fiscale del 1733. Anche l’insolita uccisione del drago non è casuale. Gli inglesi conoscevano fin troppo bene il vezzo di re Giorgio II di colpire con violenti calci le terga delle persone che lo infastidivano e la scena dell’opera pare quasi un invito al Re di sbarazzarsi dell’odiato Walpole.
Nonostante la popolarità non esiste un manoscritto completo dell’opera ma solo versioni parziali, per giungere alla registrazione discografica John Andrews ha dovuto compiere un complesso lavoro di ricostruzione delle fonti per giungere a una versione attendibile del lavoro.
L’ascolto rivela un’opera godibilissima, caratterizzata da una musica spesso autenticamente ispirata e non si fatica a comprendere il successo che l’ha accompagnata per quasi un secolo. L’esecuzione non si dimostra però alla qualità del lavoro.
John Andrews si fa apprezzare per il lavoro filologico ma la direzione – pur corretta – manca di vivacità e mordente. Educata, pulita ma carente di vera teatralità specie se consideriamo il carattere popolaresco e parodistico della composizione. La registrazione all’interno della chiesa di Saint Jude-on-the-Hill non aiuta al riguardo dando all’insieme un sentore ecclesiastico che non potrebbe essere più stridente con il clima generale dell’opera.
Qualche limite emerge anche nella compagnia di canto. Brilla decisamente la prova di Mary Bevan come Margery. Apprezzata interprete händeliana la cantante inglese si mostra perfettamente a suo agio in questo repertorio sia sul piano vocale sia su quello stilistico. Bella voce di mezzosoprano chiaro naturalmente portata al tono lirico del personaggio e un’ottima tecnica che le permette colorature precise ed espressive. Qualche durezza in acuto non compromette l’esito complessivo della prova.
Il basso John  Savournin affronta il doppio ruolo di Gubbins – il padre di Margery – e del drago. La voce ha un bel coloro scuro e profondo e la dizione è nitida e chiara, le colorature non sono forse pienamente corrette ma raggiungono in qualche modo lo scopo.
Il tenore Mark Wilde nei panni del protagonista ha qualche problema in più. Voce biancastra e un po’ esile – decisamente inglese in questo – mostra qualche difetto d’intonazione nelle zone di passaggio e le colorature non sono sempre pulite. Interprete sensibile riesce a rendere il carattere del personaggio mostrando buona autorevolezza nei recitativi.
La Mauxalinda di Catherine Carby sfoggia in gran temperamento e poco più. Emissione faticosa, colorature problematiche e prive di senso stilistico, accento plateale e sguaiato. I duetti con la Bevan sono al riguardo un’ impietosa cartina di tornasole. Opera quindi che si riscopre con estremo piacere ma sul versante esecutivo avrebbe meritato una prestazione migliore.

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