Castell’Arquato (PC), Festival Illica 2023: “Nozze istriane”

Castell’Arquato (PC), Piazza del Municipio, Festival Illica 2023
NOZZE ISTRIANE”
Dramma lirico in tre atti di Luigi Illica.
Musica di Antonio Smareglia
Marussa SARAH TISBA
Menico GRAZIANO DALLAVALLE
Lorenzo GIUSEPPE INFANTINO
Biagio FILIPPO POLINELLI
Nicola FRANCESCO SAMUELE VENUTI
Luze GIOVANNA LANZA
Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Festival Illica
Direttore Jacopo Brusa
Maestro del Coro Riccardo Bianchi
Regia Davide Marranchelli
Scene e Costumi Anna Bonomelli
Nuova Produzione del Festival Illica
Castell’Arquato (PC), 07 luglio 2023
Nozze istriane” è ad oggi considerato il capolavoro di Antonio Smareglia (1854-1929), compositore che godette di grande apprezzamento in vita, compresa la stima di Richard Strauss, ma venne nei suoi ultimi anni emarginato dal suo stesso ambiente per ragioni politiche (non aveva accolto le posizioni irredentiste in voga a cavallo della Grande Guerra) e le sue opere estromesse dal repertorio. “Smareglia traditore”, “Smareglia menagramo”, queste erano le più gentili parole che gli venivano riservate e cui, incredibilmente, ancora oggi alcuni credono. In realtà, la produzione di Smareglia è tra le più originali del suo tempo, in grado di spaziare con facilità tra il dramma storico postromantico, il verismo più appassionato e un certo simbolismo di matrice maeterlinckiana, a lui giunto attraverso i libretti di Silvio Benco. “Nozze istriane” riesce a stagliarsi come un sapiente mix di questi ultimi due elementi: se la vicenda ha le tinte forti dei sentimenti assoluti e un ambientazione rurale, come nel Verismo, il personaggio della “perduta” Luze sembra uscire dai versi dei poeti crepuscolari e sottolinea la tragedia delle passioni proprio per la sua natura dolente e trasognata. Non possiamo, alla luce di queste poche riflessioni, che complimentarci con il Festival Illica per aver scelto di riproporre questa gemma dell’opera italiana, troppo spesso liquidata come “la Cavalleria Rusticana del Nord”, quando invece, sul piano drammaturgico e della costruzione dei personaggi, è chiaramente più profonda e complessa dell’atto unico mascagnano. Si può sentire il favore che il maestro Jacopo Brusa accorda all’opera nella sua concertazione coesa e trascinante: i molti colori della partitura si stagliano con chiarezza, pur emergendo chiaramente gli archi, cui sono affidati i suggelli più struggenti o più intimisti dell’opera. Purtroppo la scena e l’orchestra non sono sempre perfettamente a tempo, soprattutto se si tratta del Coro, la cui performance avrebbe probabilmente avuto bisogno di più prove. Fra i solisti spiace constatare che proprio i due protagonisti non ci sono sembrati all’altezza dei loro ruoli, sia  Sarah Tisba (Marussa) che Giuseppe Infantino (Lorenzo). La Tisba, scenicamente coinvolta e attenta, non ha tuttavia il corpo vocale adatto a una parte lirico-spinta, con centri esangui e acuti non sempre a fuoco e sovente forzati; anche Infantino, che già abbiamo avuto modo di apprezzare, ha una qualità vocale evidentemente più adatta a parti da tenore lirico: il suono piacevolmente tondo, in questo ruolo appare forzato e poco gradevole. A parte questo, però, la prova vocale di Infantino non presenta problemi di sonorità o intonazione, quanto un fraseggio monocorde, che accompagna una prova scenica  piuttosto impacciata. Il resto del cast, fortunatamente, si distingue tutto positivamente, a partire dalla struggente Luze di Giovanna Lanza, la cui attenzione espressiva si incarna nell’arioso “Luze un amante aveva” del Primo Atto; molto convincente nel controllo vocale e nell’impegno scenico anche Filippo Polinelli, il “cattivo” Biagio, in grado di reggere una tessitura ardua sia verso l’alto che nei gravi; voce dai bei colori smaltati e ricca di armonici sfodera anche Francesco Samuele Venuti (Nicola), purtroppo penalizzato dalla resa scenica; infine, pure Graziano Dallavalle si mostra ben padrone del ruolo di Menico, tanto sul piano vocale che su quello attoriale. Come spesso ultimamente ci capita di testimoniare, è la regia l’aspetto meno riuscito di questa produzione: Davide Marranchelli e Anna Bonomelli hanno infatti creduto appropriato costruire una scena attuale, non realistica, in cui i personaggi si mostrano in palette di fucsia, dal rosa fino al viola, in barba a qualsivoglia superstizione teatrale. Tuttavia questi colori così forti non solo rischiano di non legare bene con il resto della scena, ma sono anche difficili da illuminare – e infatti sono le luci un’altra causa di perplessità, poiché paiono gestite in modo francamente imperscrutabile. Ne risulta una scena scura, dominata da una statua mariana, ma animata da figure dai colori sgargianti – fino al kitsch del completo rosa di Nicola nel Terzo Atto, disorientante e grottesco. Inoltre il libretto di Illica, proprio al Festival Illica viene più volte ignorato: gli apici di questa “autonomia scenica” si raggiungono nella scena d’amore segreto di Marussa e Lorenzo del Primo Atto, che si svolge inspiegabilmente in presenza del coro, e del Terzo Atto, con Marussia perfettamente vestita da sposa e Nicola che per tre volte la rimprovera di non essere ancora vestita per il matrimonio. La sensazione è quella di una regia poco consapevole di tutto il contesto dell’opera, con alcuni slanci poco riusciti (come una sposa che lancia – peraltro senza successo – il suo velo dalla Torre Viscontea: chi è? perché?) alla ricerca di un’autoralità forse ancora acerba.