Roma, Teatro Olimpico: “Il mercante di venezia” di Loredana Scaramella

Roma, Teatro Olimpico Stagione 2023/ 2024
IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare
Solanio DONATO ALTOMAREJ
Jessica MIMOSA CAMPIRO
Lorenzo, Aragona DIEGO FACCIOTTI
Antonio AUGUSTO FORNARI
Marocco PAOLO GIANGRASSO
Tubal, Lancillotto, Gobbo, Doge ROBERTO MANTOVANO
Graziano MATTEO MILANI
Salerio IVAN OLIVIERI
Nerissa LOREDANA PIEDIMONTE
Porzia SARA PUTIGNANO
Shylock CARLO RAGONE
Bassanio MAURO SANTOPIETRO
Stefano ANTONIO SAPIO
Lancillotto FEDERICO TOLARDO
Una produzione Politeama
Regia Loredana Scaramella
Traduzione e adattamento Loredana Scaramella
Musiche a cura di Adriano Dragotta
Costumi Susanna Proietti
Disegno luci Umile Vainieri
Disegno audio Daniele Patriarca
Trio William Kemp
Violino Adriano Dragotta
Clarinetto Eleonora Graziosi
Chitarra Franco Tinto
Roma, 12 Ottobre 2023
In “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare, portato in scena al Teatro Olimpico da Loredana Scaramella, s’incrocia un ambiente di scherzosi scapestrati, di giovani fannulloni da bar, da ippodromi o da sale da gioco. Nonostante sia un argomento molto antico, questa narrazione di Shylock che richiede un’oncia di carne come garanzia per un prestito di 3000 ducati garantito da Antonio per Bassanio (il quale necessita del denaro per corteggiare adeguatamente Porzia) è stravagante. Analogamente, il secondo tema predominante della commedia: la prova degli scrigni, è altrettanto buffonesco, un motivo tradizionale della novellistica circolante al tempo di Shakespeare. I pretendenti di Porzia devono scegliere tra uno scrigno d’oro (che contiene un cranio), uno d’argento (che custodisce la maschera di un buffone) e l’ultimo di piombo (nel quale è nascosto il ritratto della bella che apre la strada al matrimonio). Tuttavia, The Merchant of Venice è un’opera complessa e sofisticata che sfugge alle classificazioni tradizionali, contenendo sia un intreccio con annuncio tragico (l’oncia di carne) sia un sottotrama comico e farsesco, con una serie di innamorati, una servetta intrigante, un vecchio ingannato, e gli inganni del travestimento. La genialità dell’autore risiede, tra le altre cose, nella sua straordinaria abilità di far convergere trama e sottotrama in un punto inaspettato e nella creazione di un falso protagonista, il mercante del titolo, quando il vero protagonista è effettivamente Porzia, che da sola pronuncia quasi un quarto delle battute del testo. Nel Mercante, la linea di demarcazione tra ciò che può essere detto e ciò che non bisogna osare è sottile perché dimostra che molti cristiani pronti a condannare l’ebreo Shylock non sono certamente migliori di lui. Non è necessario che Loredana Scaramella abbia ragionato esattamente in questi termini, che sono in gran parte quelli discussi dal grande anglista Giorgio Melchiori nel suo saggio su Shakespeare. Tuttavia, ciò è ciò che emerge in linea di massima dalla sua regia attraverso alcune scelte precise, una delle quali si manifesta fin dalla prima scena: gli abiti degli uomini, i completi, i cappelli, i bastoni da passeggio, il cilindro che nasconde la kippah di uno Shylock vestito come un banchiere ebreo di fine secolo, rappresentano il potere di una borghesia che già al tempo di Shakespeare, negli ultimi anni del regno di Elisabetta I, aveva iniziato a cambiare la società inglese. Posticipare di circa tre secoli il tempo dell’azione permette a Scaramella di mitigare il pesante antisemitismo del testo shakespeariano e di trasferirlo sul piano più leggero di una commedia da boulevard. Ecco perché Porzia, e questa è un’altra scelta coerente della regia, si presenta come un’attrice da vaudeville, e cambia continuamente abito come una brillante artista teatrale della Belle Epoque. Questa scelta registica consente a Porzia di riacquistare il suo ruolo di protagonista, liberandola da una responsabilità spesso erroneamente attribuitale: quella di essere l’asse portante del dramma. Basandosi su questa linea di pensiero, è chiaro che le orazioni davanti ai grandi scrigni, rappresentati come uova sospese dall’alto, dei principi di Marocco e Aragona – aspiranti sposi di Porzia – non sono più modelli di eloquenza come nell’opera originale. Invece, queste scene sono reinterpretate come commedie burlesche. E quando gli attori sono invitati a giocare, i risultati possono essere esilaranti, sottraendo al Mercante quel velo “noire” che non gli appartiene. In quest’ ottica, l’attrice che interpreta Porzia, Sara Putignano, deve portare in scena gran parte dello spettacolo. La sua interpretazione di Porzia è carica di una malizia gioiosa che ricorda quella di una vivace cocotte, e la brillantezza di una perfidia femminile. Il suo personaggio ha anche un pizzico di irriverenza come una strega che respinge gli uomini con un sguardo cinico e  derisorio. L’abilità con cui questa artista riesce a calibrare i diversi aspetti della sua arte è un innegabile, un equilibrio raggiunto senza mai cadere nella banalità o indulgere in eccessi superflui.
Carlo Ragone interpreta Shylock, un personaggio che non è più il centro oscuro della commedia, ma un pianeta a cui verranno strappati gli anelli. Ragone, con una maestria sorprendente, infonde nel personaggio un’aura di malinconia che, senza preavviso, si trasforma in una crudeltà sprezzante. Questa metamorfosi avviene in modo misterioso e quasi impercettibile, esclusivamente attraverso l’uso di elementi sottili ma potenti: la tonalità della voce, la gestualità e le pause nel discorso. Con un semplice cambio nel ritmo del respiro o nell’intonazione delle parole, l’attore è in grado di adattarsi e di far evolvere il suo personaggio, trasmettendo un’ampia gamma di emozioni con una facilità disarmante. Bassanio, interpretato da Mauro Santopietro, è logicamente un bello che si trasforma in un perdigiorno, un gagà che per conquistare Porzia si ritrova in un gioco più pericoloso di quello che può gestire. Augusto Fornari interpreta Antonio, il capitalista etico su cui dovrebbe basarsi la nuova era del mercantilismo borghese. Antonio perde la sua fortuna, ma alla fine la recupera, poiché cercando di unire denaro e morale si corre il rischio della disgrazia. La compagnia teatrale, nel suo insieme, offre un’ottima performance, evidenziando quanto un chiaro senso di direzione possa innalzare la qualità di uno spettacolo. La consapevolezza di ogni attore del proprio punto di partenza e arrivo si riflette in interpretazioni incisive e convincenti. Le scenografie, sebbene statiche, sono straordinariamente suggestive. L’abilità nell’utilizzo delle luci, l’accuratezza nelle triangolazioni dei movimenti e nelle danze degli attori, e l’imponente presenza di volumi in legno, danno vita ad un ambiente perpetuamente evocativo. Il legno, essendo il materiale predominante, fa eco alla struttura originale del Globe Theatre, impreziosendo la performance con un incanto storico. Nonostante la loro staticità, questi elementi si metamorfizzano sotto i riflettori, adattandosi alle necessità della trama.  In questo contesto, le scene assumono una personalità propria, interagendo con gli attori e contribuendo a definire l’atmosfera di ogni quadro. In questa dimensione teatrale, spicca la regia di Loredana Scaramella, cristallina e meticolosa, prodotto di un’analisi accorta e di un approccio esente da inutili fronzoli. Il testo emerge con un vigore autentico, scorrendo autonomamente, svincolato dalla necessità di stimoli esterni per rafforzare la sua risonanza. Le azioni sceniche, incise con stupefacente precisione, nei momenti coreografici trasudano fluidità, sia nelle fasi esilaranti che nelle sequenze drammatiche. Gli spazi risultano sempre ottimamente suddivisi, e la visione d’insieme dello spettacolo mantiene una coerenza e proiezione impeccabili. Nell’aria dell’Olimpico fluttuava un’energia palpabile, mentre il pubblico per lo più formato da giovanissimi applaudiva con fervore, partecipando attivamente allo spettacolo. Ogni battito delle mani era una celebrazione, un omaggio alla compagnia e, insieme, una speranza. La speranza di un prossimo ritorno, magari nuovamente all’interno del prestigioso Globe Theatre, un gioiello nascosto tra i giardini di Villa Borghese. Da anni, purtroppo, il Globe è imprigionato in un limbo, chiuso a causa di vicissitudini amministrative e politiche. Ma il desiderio di ritorno è forte, quasi tangibile. E così, tra applausi e speranze, il pubblico dell’Olimpico continua a sognare, aspettando il giorno in cui il velo cadra’ e il Globe riaprirà le sue porte, accogliendo di nuovo la magia del teatro. PhotoCredit:Marco Borrelli.