Milano, Teatro Elfo-Puccini: “Le cinque rose di Jennifer”

Milano, Teatro Elfo-Puccini, Stagione 2023/24
LE CINQUE ROSE DI JENNIFER”
di Annibale Ruccello
con Daniele Russo e Sergio Del Prete
Regia Gabriele Russo
Scene Lucia Imperato
Costumi Chiara Aversano
Disegno luci Salvatore Palladino
Progetto sonoro Alessio Foglia
Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
Milano, 21 novembre 2023
Già da qualche anno si sono riaccesi i riflettori su Annibale Ruccello, drammaturgo degli anni Settanta e Ottanta che idealmente, con Autiero e Moscato, ha rappresentato un interessante ponte tra la scena napoletana più tradizionale (quella rivivificata da Roberto De Simone, ma anche più naturalista del mai troppo ricordato Peppino Patroni Griffi) e le nuove istanze europee di ricerca di quegli anni (soprattutto il postmoderno, Copi e il teatro queer). Non possiamo che accogliere con favore questo revival, soprattutto per la maturità stilistica che Ruccello nella sua giovane parabola drammaturgica (viene infatti strappato alla vita da un incidente automobilistico a soli trent’anni) raggiunse, e che ancora oggi si pone come un vivace tassello della variopinta (quanto talvolta sempre uguale a se stessa) scena teatrale nostrana. La grande forza originale di Ruccello è tutta nella ricostruzione di un’antropologia übersexuell alla luce della tradizione – linguistica in primis napoletana: sebbene lo spazio delle sue opere sia sovente sospeso, non esplicitato, è nella dimensione linguistica che rintracciamo le coordinate del dramma, le sue direzioni e finalità; questo avviene a prescindere dall’ipotetica dislocazione temporale, e quando si abbandona a codici linguistici standard lo fa solo per esacerbare l’innaturalità della condizione umana contemporanea e dei suoi legami posticci (pensiamo ad “Anna Cappelli”, che godette dell’interpretazione anche della grande Anna Marchesini). “Le cinque rose di Jennifer” sono in tal senso l’epitome della cifra ruccelliana, e al contempo sanno anche portare avanti i tipici tratti secondari del suo autore, a partire dalla necessaria ed inevitabile contaminazione tra i generi: nonostante la forma monologo domini larga parte del dramma, la naturalezza dell’eloquio, l’immaginario, la costruzione narrativa rimandano chiaramente alla grande passione che Ruccello nutriva per la Settima Arte, tanto che l’opera si potrebbe definire una sorta di creatura ibrida tra Almodóvar (che negli stessi anni debuttava) e Hitchcock; la continua, talvolta volutamente pesante, interpolazione di canzoni italiane all’interno dello sviluppo narrativo, poi, sottolineano la natura eminente pop dell’intera iniziativa drammaturgica, che finisce dunque per comporsi come un mosaico postmoderno di desideri, scenette, terrori, maquillage, Romina Power, pose, telefonate, serial killer, sesso, ansia, Mina, spazzatura, collant, notiziari, dichiarazioni d’amore, vicine di casa, Patty Pravo non esaustivo e non necessariamente in quest’ordine; su tutto domina la grande autrice del mosaico, Jennifer, travestito (giacché una volta eravamo più pratici, non si ricorreva agli anglicismi di drag queen e transgender, né si pretendeva di indagare la natura transessuale della polimorfa psiche del femminiello prostituto) magnificamente ancien régime, splendido e marcescente, semianalfabeta e sapiente, l’incarnazione effettiva di seicento anni di storia paradossale partenopea, tutti rinchiusi nel corpo ancheggiante e massiccio di un uomo, rinchiuso a sua volta in un lurido appartamento contemporaneo a causa delle due forze freudiane del mondo (sesso e morte, in questo caso l’amore per un certo Franco e la paura di cadere nelle mani di un fantomatico “killer dei travestiti”). Ottenendo il medesimo effetto – contenere Jennifer in casa, trascinandola nel baratro della pazzia – esse mirabilmente coincidono e la suggestiva, geometrica regia di Gabriele Russo le incarna nel secondo personaggio della pièce, la vicina di casa spaventata che tuttavia sembra essere anche carnefice, oltre che vittima, profilandosi come il silenzioso ospite inquietante della mente contorta e isterica di Jennifer, che la spingerà al drammatico finale e che forse lancia al pubblico il flebile bandolo della delirante matassa che caratterizza quest’opera. Daniele Russo è strepitoso, c’è poco da aggiungere: il suo lavoro su Jennifer mira a evitare qualsivoglia tentazione cerebrale e/o borghese, mostrandocela tutta per quella che è – istrionica, volgare, goffa, sporca, oltre che rutilante, instancabile, appassionata, bambinesca e mille altre cose ancora; tuttavia anche Sergio Del Prete nel secondo ruolo sa mettersi in luce per una equilibrata, ricchissima e sorprendente capacità espressiva; la scena di Lucia Imperato è affascinante e ultrafunzionale così come il suono, curato da Alessio Foglia, ha una precisione cinematografica, nell’alternare le canzoni pop, i radiogiornali e le musiche extradiegetiche; coronano la riuscita dello spettacolo le luci calibratissime e taglienti di Salvatore Palladino. Il pubblico in sala compensa col calore degli applausi finali l’affluenza non esaltante, certo al di sotto di quanto sarebbe meritevole l’opera – e per questo occorre continuare a portare in scena Annibale Ruccello. Si replica all’Elfo fino al 26 novembre, poi qui. Foto Mario Spada