Maria Callas. Un trattato di canto (sesta e ultima parte)

Maria Callas (New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977)
Disse la Callas:”L’interesse dell’artista consiste  nel cercare a fondo, in quel frugare in ogni opera, in ogni composizione particolari  nuovi mai espressi”. In queste semplici parole può risiedere parte del segreto interpretativo della Callas, “frugare in ogni opera, in ogni composizione”.  Ella non dice in ogni personaggio,  in ogni carattere, il suo riferimento interpretativo è quasi sempre di natura squisitamente musicale. Il  suo personaggio nasce dal rapporto fra parola intesa come conseguenza del pensiero musicale diretto e l’ occasionale momento drammatico, che è da esprimersi in modo del tutto personale. Le sue registrazioni potrebbero costituire di per sé un trattato di biotipologia umana, tante sono le diversità di espressioni musicali di cui è capace questa somma artista. Di fronte ad esse cadono le distinzioni di tipologie vocali, del resto quasi ignote ai cantanti del XVIII° e di inizio XIX° secolo, fiorite con l’instaurarsi di specializzazioni in questo o guel repertorio durante la fine del XIX° secolo, in avanti. L’instaurarsu delle tipologie vocali: soprano drammatico, lirico, lirico-spinto, ecc. ha segnato il progressivo decadere di quel particolare studio didattico, indirizzato alla vocalità. In condizioni sicuramente più precarie delle nostre, i cantanti ‘700 e del primo ‘800 ignoravano tali distinzioni anche perché, la condizione per iniziare lo studio del canto era possedere notevoli mezzi vocali e su tali mezzi, quindi, con la collaborazione di un insegnante costruivano i personaggi chiave per poter esprimere i mille altri personaggi del teatro.

Il cantanti contemporaneo, al contrario, ha avuto il più delle volte come modello il suo insegnante, questi, a sua volta, il precedente modello di insegnante e così di seguito, di tradizione, in tradizione. In tal modo la pratica vocale si riduceva ad una mera imitazione di modelli. La Callas rappresenta invece il più vivo esempio di autonomia artistica, di “solitudine artistica”, basta ascoltare lo stile, la tecnica di canto usate dai colleghi che collaborarono con lei nelle decine di incisioni discografica. Si nota come il suo “astro” brilla di luce propria. Non fu difficile per lei intuire che l’affrontare contemporaneamente “Norma” o “Sonnambula”, “Rigoletto” o “Bohème” “Medea” non era un problema di tipologia vocale, bensì uno sforzo a riconoscere il momento in cui questi personaggi dovevano esprimersi con un registro di voce appropriato al momento drammatico. A volte le sue conquiste tecniche che sembrano e sono fenomenali erano intuizioni del momento. Si ascolti, ad esempio la differenza di emissione fra “Ah, non giunge” (Sonnambula”) e “O don fatale” (Don Carlo).

Quale soprano drammatico potrebbe eseguire il primo?…Quale soprano leggero il secondo?..E così nel rondò finale di Sonnambula il suo “ah m’abbraccia” rende alla voce di Amina, nella sua gioia, il giusto peso specifico divenendo così, questo salto ascendente-discendente, una volata da soprano drammatico. L’uso delle consonanti permette al “Mi tradì” (Don Giovanni) di apparire come una non comune imprecazione  musicale, tutta basata sul gioco di “tradì” e “Ingrato”. È anche da notare come la Callas riesce a cantare, privando la voce delle necessarie vibrazioni, la frase “una…due” del Sonnambulismo di Lady nel “Macbeth”, con un distacco ultraterreno, seguendo così alla lettera le indicazioni verdiane. Così avviene nel sonnambulismo di Amina, in  “Sonnambula”. Il canto si fa opaco, velato, essenziale, più che un’imitazione di uno stato fisico, è un’inflessione statica del canto che trasmette l’impossibilità del realizzarsi di un sogno amoroso. L’arte del declamato è un altro aspetto importante del canto della Callas. La conoscenza della lingua rimane per la Callas un fatto musicale nel proporre un tipo di declamato, in particolare nel teatro Verdiano, che ricorda lo “sprechgesang” di Schoenberg. Non a caso questo compositore rispose a Rachele Maragliano Mori (nota cantante e didatta) allorché questa gli chiedeva come si doveva per eseguire bene la sua vocalità.

“Studi bene Mozart e Verdi” gli avrebbe risposto Schoenberg. Verdi è disseminato di canto “parlato” Sono innumerevoli i momenti in cui si esige il toccare il suono per poi abbandonarlo immediatamente. E per eseguire Verdi?…Studiare Monteverdi, ritornare dunque alle origini del canto: un circolo chiuso malgrado le apparenze evoluzioni del linguaggio musicale.  In contrapposizione a ciò, la Callas, alla Juilliard School affermò:”La tradizione altro non è che l’ultima cattiva rappresentazione. Canta, allorchè, le cantanti del passato e del presente, parlano.” Qui può entrare il rapporto Callas-Puccini, autore che molta crtica ha visto non nelle corde del soprano, per mancanza di carnalità, una presunta assessualità, nel creare questi personaggi. Al contrario, le incursioni della Callas nel teatro di Puccini rappresentano una vera e propria ricerca di rivisitare un tipo di vocalità che lei stessa, malgrado tutto, non amava. Non a caso, per chiudere questo viaggio sull’arte di Maria Callas, proponiamo il “Vissi d’arte” da Tosca, senza nessun riferimento alle vicende umane dell’artista.
Questa preghiera di Tosca è l’emblema è stato il punto di partenza di un cammino che non conosce soste e che a portato a Debussy, Berg, Berio, Nono, Bussotti…e che continua a trasformarsi ancora. Questa Tosca, attraverso il “medium” della Callas giustifica in pieno un preciso collocamento nel rapporto musica-società che la produsse, ed evidenzia l’arte della cantante, giusto per l’estrema semplicità della sua esecuzione. La sua fu una continua ricerca della verità in musica. Ella stessa durante le celebri lezioni alla Juilliard School di New York del 1972:“La perfezione? Questa non può essere raggiunta e grazie al Cielo! Pensate a quanto sarebbe noioso!” Dunque un sogno, come la sua stessa vita. La sua voce, passata sul mondo come una splendida meteora, fu sempre intrisa di dolore, anche quando esprimeva la gioia. Ebbe però, ed ha ancora oggi, la forza di consolare, con un misterioso messaggio, il mondo interiore di coloro che amano, cercando di comprenderla, la musica. (Fine)