Torino, Teatro Regio: “Tosca” (cast alternativo)

Torino, Teatro Regio, stagione lirica 2019/2010
“TOSCA”
Melodramma in tre atti su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal dramma La Tosca di Victorien Sardou.
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca DAVINIA RODRÍGUEZ
Mario Cavaradossi JONATHAN TETELMAN
Scarpia GEVORG HAKOBYAN
Angelotti ROMANO DAL ZOVO
Il sagrestano ROBERTO ABBONDANZA
Spoletta BRUNO LAZZARETTI
Sciarrone GABRIEL ALEXANDER WERNICK
Un carceriere ENRICO BAVA
Un pastorello GAIA BERTOLINO
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi” di Torino
Direttore Lorenzo Passerini
Maestro del Coro Andrea Secchi
Maestro del Coro di voci bianche Claudio Fenoglio
Regia Mario Pontiggia
Scene e costumi Francesco Zito
Luci Bruno Ciulli
Allestimento Teatro Massimo di Palermo
Torino, 18 ottobre 2019
L’allestimento curato da Mario Pontiggia per Tosca, che giunge a Torino dopo essere stato ospitato su diversi palcoscenici europei nei suoi undici anni di vita, ha un chiaro sapore cinematografico. Antico e sempre attuale, per la scelta di rispettare scrupolosamente l’ambientazione storica – del resto, cambiare epoca a un dramma che si svolge in un preciso giorno è un’operazione temeraria, e il più delle volte fine a sé stessa – e per la capacità di dare vita e realismo all’azione, evitando la staticità che affligge talune regie “tradizionali”: valgano come esempi la plastica rappresentazione della prostrazione fisica in cui versa Angelotti, nel momento in cui arriva fuggiasco sotto il trompe-l’œil che raffigura la cupola di Sant’Andrea della Valle, o l’abbraccio lascivo con cui Scarpia avvolge Tosca già nel I atto. Culmine di questo gusto cinematografico è il finale II, con il sapiente uso di luci e ombre e l’attenzione posta all’istante musicale in cui la protagonista afferra il coltello col quale ucciderà Scarpia. Il direttore Lorenzo Passerini, che ha sostituito l’indisposto Daniel Oren nelle prime recite della produzione, ha garantito la tenuta dello spettacolo; ma, dopo un’apertura di sipario molto promettente per varietà cromatica, ha rivelato qualche difficoltà nel tenere in equilibrio i volumi sonori di buca e palcoscenico, cosicché in alcuni momenti le voci sono state penalizzate dal tessuto sinfonico; e, all’inizio del II atto, la cantata fuori scena è risultata troppo invadente rispetto al dialogo tra Scarpia e Cavaradossi. Il terzetto di protagonisti scritturati per il cast alternativo ha il suo più accattivante elemento nel giovane tenore Jonathan Tetelman, che non a caso ha riscosso grandi applausi dopo le arie principali, a costo di interrompere (come del resto è consuetudine) il fluire della melodia orchestrale pucciniana. La sua voce, squillante e luminosa, si proietta nitidamente in sala, con acceso lirismo ma senza caricature tenoristiche di sorta. Anche il versante interpretativo, sia pure passibile di approfondimenti (che, si auspica, arriveranno col tempo), riserva gradevoli sorprese, come lo slancio impulsivo e drammatico di «Vittoria, vittoria» e la lettura articolata di «E lucevan le stelle», che alterna passaggi di gusto interlocutorio a momenti di trasporto passionale. Il baritono Gevorg Hakobyan ha in Scarpia il proprio ruolo d’elezione, almeno a giudicare dalla frequenza con cui ne veste i panni; e dimostra di conoscerne i segreti, per come adatta il proprio strumento, valido ma non memorabile dal punto di vista timbrico, ad esplorarne il carattere perverso, che emerge opportunamente in espressioni ora rudi, ora melliflue, ora sadiche. Sul piano dell’interpretazione ha lavorato anche il soprano Davinia Rodríguez, che ha realizzato un «Vissi d’arte» delicato e intimistico.Tuttavia, per quanto la sua figura stia molto bene in scena nelle vesti di Tosca, non pare che, almeno per il momento, la sua voce sia pronta ad affrontare questo ruolo, che la costringe in più punti a forzare l’emissione, penalizzando la varietà cromatica e il nitore della parola.Tra gli altri interpreti, quasi interamente comuni al cast principale della produzione (qui recensito da Giordano Cavagnino), si sono distinti il Sagrestano del baritono Roberto Abbondanza e l’Angelotti del basso Romano Dal Zovo. Eccellente, come di consueto, è stata la prova del Coro, nel maestoso finale I. Quel che ha suscitato un po’ di preoccupazione è stato voltarsi verso la platea del teatro, che risultava per almeno un terzo vuota. Una situazione simile, a giudicare dalla biglietteria online del teatro, si ripropone in diverse recite serali con il cast alternativo, va lievemente meglio (ma senza ombra di sold out) nelle repliche col cast principale, dove resiste lo zoccolo duro degli abbonati. La data più richiesta è la pomeridiana feriale: specchio di un pubblico sempre più anziano, al quale sembra mancare un rinnovamento. Uno spettacolo come questa Tosca, vent’anni fa, sarebbe andato esaurito in un batter d’occhio, con ore di coda al botteghino il giorno d’apertura delle vendite. Si attende che il nuovo sovrintendente e direttore artistico del teatro, Sebastian Schwarz, giochi le proprie carte per far tornare i torinesi all’opera, in particolare quelli delle nuove generazioni. Oggi, a quanto pare, una valida produzione di un titolo popolarissimo non è più una ragione sufficiente a smuoverli.

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