“Fire and Flood”: intervista alla compositrice Luna Pearl Woolf

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Compositrice americana, Luna Pearl Woolf è autrice di un album, Fire and Flood, pubblicato di recente dalla Pentatone, nel quale sono presentate alcune sue composizioni per coro.
Ci può raccontare qual è l’origine di questo progetto e da cosa deriva il titolo?
In quanto artista, sono stata affascinata dalla voce umana in tutta la sua sensibilità drammatica, sottigliezza, colore e fragilità, sin dai miei esordi di compositrice. Questo album combina musica per cori e solisti che esprimono la mia visione della musica in quanto linguaggio che può dar voce alle emozioni più intime, su cui si innesta una potente coscienza collettiva. Nella scelta delle composizioni per l’album, ho capito che distruzione, caos e anarchia sono temi che pervadono questa musica, anche quando esploro l’esperienza personale di questi eventi e conflitti. Immagini di fuoco, acqua, inondazioni e dissipazione compaiono nella maggior parte dei testi e da queste è scaturito il titolo dell’album.
Ci può descrivere le composizioni presenti in  questo album ? L’adozione di linguaggi diversi con incursioni anche nel pop è l’espressione della volontà di aderire i testi?
To the Fire​, su un testo tratto dal Libro di Ezechiele, apre l’album ed è la composizione più vecchia, scritta in origine nel 1994, quand’ero ancora una studentessa universitaria, e aggiornata poi nel 2018 per questa incisione. È una composizione per coro di sei elementi di voci gravi. Corinna Da Fonseca-Wollheim (una collaboratrice del ​New York Times) ha scritto una meravigliosa analisi della musica per le note informative contenute nel cd. Su questa composizione ha scritto: “[Woolf, ndt] ci porta nel cuore di una rivolta con un’immediatezza scioccante. Si possono quasi vedere la risata sgangherata, l’allegria distruttiva che si diffondono come un’eruzione cutanea… [il lavoro] suona oggi come una profezia di Cassandra sulla devastazione ambientale – o forse, in maniera altrettanto vivida, come il presagio dell’allegria violenta del popolo di Twitter.”
Après moi, le déluge è un concerto per violoncello e coro a cappella ed è stato scritto all’indomani del tragico uragano Katrina. Il testo originale della poetessa vincitrice del premio MacArthur Eleanor Wilner è dolente nel suo rimpianto e irrequieto nella sua rabbia. La poetessa evoca l’immagine di Noè, che naviga sicuro mentre tutto viene distrutto dalle acque sotto di lui, ma i suoi versi accolgono e celebrano la musica di New Orleans e si chiude su una nota potente di speranza.
Missa in Fines Orbis Terrae,​ ensemble per coro e organo, è stata composta per il coro della St. James Cathedral di Toronto, ed è stata la prima composizione commissionata all’esterno dalla Cattedrale in venti anni. Nei tre movimenti, esploro fino a che punto la fede può farci spingere. Registrata presso la storica St. Paul’s Chapel of Trinity Wall Street, nelle vicinanze di Ground Zero, è la prima incisione fatta col nuovo organo installato nel 2017 alla St. Paul’s.
One to One to One​, è una composizione drammatica per trio di voci femminili e un ensemble di violoncelli e contrabbassi. Fonseca-Wollheim ha efficacemente detto nelle sue note: “Woolf prende una poesia di Robert Creeley, controllata al punto che il desiderio sconfina nella possessività – e… rovescia l’equilibrio del potere in favore dell’oggetto del desiderio femminile. Tre violoncelli e tre contrabbassi danno voce al punto di vista maschile, ammutolito dalla concupiscenza, mentre le tre voci femminili riflettono e rifrangono lo sguardo maschile in un frastuono di virtuosismo vocale.”

Infine, i miei due arrangiamenti di due classici di ​Leonard Cohen​: la cupamente ironica ​Everybody Knows e la profetica ​Who By Fire​, che combinano le tre voci femminili col violoncello umanizzato. Per me, la musica si basa sullo storytelling. Quando scrivo per le voci, vengo ispirata dalla musicalità delle parole che scelgo e dalle molte variazioni semantiche insite in ogni singola frase. Amo lavorare con scrittori, poeti, librettisti e autori su testi nuovi per un lavoro che creiamo insieme, ma trovo anche bello  scoprire i segreti che si nascondono fra le pieghe di un testo preesistente.
Il coro, rappresentato nel suo aspetto armonioso e in quello tumultuoso, può essere considerato la metafora dell’umanità di oggi?
In queste composizioni uso il coro per esplorare idee che sono agli antipodi fra di loro. Da un lato, può rappresentare tutti noi in quanto collettività, il nostro sconcerto di fronte al tradimento politico o ai colpi inflitti al sogno americano, o alla derisione pubblica di un emarginato, ma dall’altro, la voce unificante del coro può rappresentare anche qualcosa di incredibilmente personale e intimo, tuffandosi in un cuore in preda alla disperazione o in una mente in tumulto o rivolta.

La Missa in Fines Orbis Terrae è espressione della sua spiritualità o è solo un tributo ad una delle forme più importanti della polifonia?
Ho scritto ​Missa in Fines Orbis Terrae per la St. James Cathedral di Toronto, su richiesta del loro direttore musicale, Robert Busiakiewicz. Io non sono anglicana, ma sono cresciuta cantando nei cori e a messe di diversi credi, per cui ero emozionata all’idea di lavorare a questa composizione. Il titolo viene dal motto di San Giacomo e da esso ho tratto ispirazione per osservare i modi in cui la spiritualità può condurci agli estremi delle nostre capacità, sia in termini di esultanza che di sacrificio.
Perchè scelto di combinare il coro con il violoncello e con un trio di violoncelli e contrabbassi? Quali possibilità le offriva questo tipo di ensemble?
One to One to One è stata commissionata dal Montreal Museum of Fine Arts. Mi è stato chiesto di scegliere un’opera d’arte fra quelle presenti nella loro collezione permanente e di ispirarmi ad essa. Mi ha colpito  “At the Carnival” di Jim Dine, un trittico composto da  tre imponenti sculture il legno di sequoia della Venere di Milo, senza testa, dipinte con molti colori. Una femminilità accattivante e, allo stesso tempo, coraggiosamente imponente. Mi è venuto naturale immaginare una composizione musicale per tre voci liriche  femminili e, mentre riflettevo su quale potesse essere l’accompagnamento musicale più adatto, l’idea di tre violoncelli e tre contrabbassi mi è sembrata uno spettro timbrico interessante, oltre a un richiamo visivo all’opera d’arte. Nel loro insieme, i nove musicisti rappresentano una risposta alla grandiosità, alla femminilità e agli elementi naturali della scultura.
Il suo incontro con la musica di 
Leonard Cohen?
Vivo a Montreal, dove Leonard Cohen è nato e ha vissuto fino alla sua morte nel 2016. Mi sono innamorata del suo dono nel combinare strutture musicali letteralmente semplici con spunti emotivi incredibilmente complessi e versi meravigliosamente struggenti. Quando ho avuto l’opportunità di scrivere per Matt Haimovitz e un trio di vocalist, sono stata affascinata dall’idea di rivoluzionare, in un certo senso, due sue canzoni. Il violoncello grave si avvicina al timbro vocale di Leonard, mentre i toni acuti delle voci dei cantanti sostengono le parole e, allo stesso tempo espandono le armonie e apportano un senso caleidoscopico di urgenza e di stravaganza alla dimensione melodica.
Con  Après moi, le deluge ha voluto dare un messaggio di carattere politico?
Après moi, le déluge fu composta nelle settimane seguenti a quell in cui l’uragano Katrina colpì New Orleans, mettendo a nudo le inaccettabili inadeguatezze del mito americano dell’uguaglianza e delle pari opportunità per tutti. La composizione è essenzialmente un pianto funebre, un grido di protesta animato da dolore e rabbia verso il collasso del sistema e le vane promesse di salvezza e conforto. Il sottotesto politico è insito in questa indignazione, così come la celebrazione dei tanti doni musicali che New Orleans ha fatto all’America e al mondo. Il Jazz e il Blues colorano l’intero lavoro e il movimento finale è modellato su una marcia funebre di New Orleans.

Lei ha scritto composizioni i vari generi (opera, musica da camera e corale). Per quale si sente particolarmente portata?
Se dovessi scegliere, scriverei continuamente opere liriche. Amo il processo collaborativo e creativo che ruota attorno alla creazione di un’opera, raccontare in musica una storia il cui arco esperenziale può trasportare il pubblico in un altro luogo, facendolo riemergere cambiato nell’animo. Nel contempo credo che anche la musica corale, da camera e orchestrale…Non fatemi scegliere!
Ci può parlare del suo linguaggio musicale? Utilizza tecniche atonali, politonali o…?
Credo fermamente nelle proprietà naturali del suono e nel loro effetto sui corpi e sull’udito. Per questa ragione i legami tonali sono sempre presenti nella mia musica, ma non mi faccio governare dalle regole classiche o da una gamma timbrica tradizionale. Uso di frequente tecniche armoniche che associano un particolare universo sonoro con una determinata idea o un determinato personaggio e questi universi sonori si trasformano con lo sviluppo della storia. Tecniche seriali e insiemistica sono rintracciabili nella mia musica, insieme alla modulazione metrica e un senso dell’enfasi e del ritmo basati sul linguaggio. Richiedo molto impegno nel trasmettere  le mie idee, che spesso implicano tecniche estese ed elementi aleatori e di improvvisazione,  agli esecutori. Sono felice che i musicisti che scavano in profondità nelle idee e comprendono la cornice musicale del proprio ruolo se ne sentono pienamente ricompensati e tornano alla mia musica di frequente.
Progetti futuri?
Sarò a breve a Toronto per le prove e la prima della mia nuova opera, ​Jacqueline​, ispirato alla violoncellista Jacqueline du Pre. Debutterà dal 19 al 23 Febbraio al Tapestry Opera. La storia, il conflitto interiore di questa grande artista, che ha potuto suonare per pochi anni prima che la Sclerosi Multipla la forzasse ad abbandonare le scene, sono al contempo tragici e di grande ispirazione. È una partitura per soprano e violoncello solo, scritta per due straordinari virtuosi. Entrambi gli artisti sono sul palco in qualità di personaggi, ma il violoncellista parla con il corpo e con lo strumento. Il libretto è di Royce Vavrek, che ho visto avete intervistato di recente! La produzione è diretta da Michael Mori e andrà in tour, toccando diverse altre città.
Could you tell us how this project originated and where does the title come from?
As an artist, I have been fascinated by the human voice in all its dramatic sensibility, subtlety, color, and fragility, since my earliest days as a composer. This album combines music for choir and solo voices that expresses my view of music as a language that can express the most private emotions, layered with a powerful collective consciousness. In choosing the works for the album, I realized that destruction, chaos and anarchy are themes that run through this music, even as I explore our intimate human experience of these events and conflicts. Images of fire, water, flood and consumption appear in most of the texts, and the title for the album grew from there.
This album features different compositions: can you tell us about them?
To the Fire, with a text from the Book of Ezekiel, opens the album and is the earliest work, originally written in 1994 when I was an undergraduate, and updated in 2018 for this recording. It is for a low-voiced choir in 6 parts. Corinna Da Fonseca-Wollheim (​New York Times contributing writer) did an amazing analysis of the music for the album liner notes. About this piece she wrote: “she takes us into the heart of a riot with shocking immediacy. You can almost see the gap-toothed cackle, the destructive glee spreading like a rash…[the work] now reads as a Cassandrian prophecy of environmental depredation – or perhaps, just as vividly, as the foreshadowing of the violent glee of a Twitter mob.”
Après moi, le déluge is a concerto for cello and a cappella choir and was written in the tragic aftermath of Hurricane Katrina. The original text by MacArthur-winning poet Eleanor Wilner is aching with regret and seething with rage. She invokes the image of Noah, riding high as all is destroyed in the waters beneath, but the piece embraces and celebrates the music of New Orleans and ends on a powerful, hopeful note.
Missa in Fines Orbis Terrae,​ set for choir and organ, was composed for the choir of St. James Cathedral, Toronto, and was the first outside commission for the Cathedral in 20 years. In the three movements I explore the lengths to which faith might bring us. Recorded at the historic St. Paul’s Chapel of Trinity Wall Street, at the site of 9/11, this is the first recording made on the new organ at St. Paul’s, which was installed in 2017.
One to One to One, is a dramatic work for three female voices and an ensemble of cellos and basses. Fonseca-Wollheim’s said it very well in her notes: “Woolf takes a poem by Robert Creeley, poised at the very point where desire spills over into possessiveness – and…tips the balance of power in favor of the female object of desire. Three cellos and three double basses stand in for the male viewer, dumbstruck by lust, while three female singers reflect and refract the male gaze in an uproar of vocal virtuosity.”Finally, my two arrangements of classic songs by ​Leonard Cohen​: the darkly ironic ​Everybody Knows and the foreboding ​Who By Fire​, combining the three women’s voices and the humanistic cello.

By adopting different languages, crossing over with pop, did you want to stay true to the lyrics?
For me, music is all about the storytelling. When I write for voices, I am inspired by the music of the words I choose, and inspired by the many variations of meaning implicit in a single phrase. I love working with writers, poets, librettists and authors on new words for a work we create together, but I also love finding the secrets hidden beneath the layers of an existing text.
Can the choir, in both its harmonious and tumultuous aspects, be considered as a metaphor of today’s mankind?
In these choral works I use the choir to explore ideas that are on vastly different ends of this spectrum. On the one hand, they can represent all of us collectively, our dismay at a political betrayal or a blow to the American dream, or the public mockery of an outcast, but on the other hand, the unified voice of the choir can also represent something that’s incredibly personal, and individual, diving inside a heart in despair or a mind in turmoil or revolt.
Is ​Missa in Fines Orbis Terrae an expression of your spirituality or is it just a tribute of one of the most important forms of polyphony?
I wrote the ​Missa in Fines Orbis Terrae for the St. James Cathedral in Toronto, on the request of their music director, Robert Busiakiewicz. I am not an Anglican myself, but I have grown up singing in choirs and I have sung masses of several denominations, so I was thrilled to work on this piece. The name comes from the motto of St. James, and I took that as inspiration to look at the ways spirituality can draw us to the extremes of our capacity, whether for exultation or for sacrifice.

Why did you choose to combine the choir with a cello and with a cellos and double basses trio? What kind of possibilities did this ensemble offer?
One to One to One was commissioned by the Montreal Museum of Fine Arts. They asked me to choose a piece of art in their permanent collection and respond to It. I chose Jim Dine’s “At the Carnival” which is a set of three huge redwood sculptures of the Venus de Milo, headless, and painted many colors. This work is captivatingly feminine and brashly overbearing at the same time. It was natural to imagine a musical work with three opera singers, and when I considered what their accompanying ensemble might be, the idea of three cellos and three basses was an interesting timbral spectrum, as well as a visual nod to the artwork. Collectively, the nine musicians answer back to the grandeur, the femininity, and the natural elements of the sculpture.
Why did you choose to arrange two works by Leonard Cohen?
I live Montreal, where Leonard Cohen was born and lived until his death in 2016, and I fell in love with his gift for combining utterly simple musical building blocks with incredibly layered emotional ideas and beautifully heartbreaking poetry. When I had the opportunity to write for Matt Haimovitz and a trio of vocalists, I was fascinated by the idea of turning these songs inside out, in a way. The low cello has an affinity with Leonard’s voice, while the high singers carry the words but also expand the harmonies and bring a kaleidoscopic urgency and whimsy to the sound world.

Did you intend to send a political message with ​Après moi, le deluge?
Après moi, le déluge w​as written in the weeks after Hurricane Katrina struck NewOrleans, exposing the ugly inadequacies of America’s myth of equality and opportunity for all. The work is a lament at heart, an outcry of pain and anger at the systems breaking down and the empty promises of rescue and relief. Political commentary is embedded in this outrage, and so is the celebration of the many musical gifts that New Orleans has given to America and to the world. Jazz and Blues color the whole work, and the final movement is modeled on a New Orleans funeral march.
You composed various kinds of music (opera, chamber and choral music). Which one do you prefer?
If I had to choose, I would be writing opera all the time. But don’t make me choose! I love the collaborative process of creating and producing opera, and I love telling a story in music where the arc of the experience can transport the audience to another place, and they emerge changed in a way that touches their souls. I believe that is also possible with shorter works and through choral, chamber and orchestral music, but opera offers me a huge canvas on which to explore, and I love it!
Could you tell us about your musical language? Do you use atonal, polytonal or other techniques?
I believe strongly in the natural properties of sound and their effect on our bodies and our ears. For this reason tonal relationships are always present in my music, but I am not governed by classical rules or a traditional timbral palette. I frequently use harmonic techniques that associate a particular sound world with a particular idea or character, and these sound worlds transform along with the development of the story. Serial techniques and set-theory can be found in my music, along with metric modulations and a language-based sense of emphasis and pacing. I ask a lot of engagement from my performers to realize my ideas, which sometimes include extended techniques and aleatoric or improvised elements. And I find that musicians who delve deeply into the ideas and understand the musical framework for their role feel well rewarded, and come back to my music frequently.

What’s in store for the future?
Next week I will be in Toronto for rehearsals and the premiere of my new opera, ​Jacqueline​, about the cellist Jacqueline du Pre. It will be premiered February 19-23 by Tapestry Opera. The story and internal struggle of this superstar of music, who was only able to play for a few short years before Multiple Sclerosis forced her to leave the stage, is both tragic and inspiring. The opera is for Soprano and Cello only, written for two extraordinary virtuosi. Both the performers are on stage as characters, but the cellist is speaking with his body and his cello, rather than his voice. The libretto is by Royce Vavrek, whom I see you recently interviewed! The production is directed by Michael Mori, and will tour to several other cities.
Versione italiana a cura di Paolo Tancredi.

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