Gioachino Rossini (1792-1868): “Il barbiere di Siviglia” (1816)

Opera buffa in due atti, su libretto di Cesare Sterbini, tratto dalla commedia omonima francese di Pierre Beaumarchais. Michele Angelini (il Conte d’Almaviva), Florian Sempey (Figaro), Catherine Trottmann (Rosina), Peter Kálmán (Don Bartolo), Robert Gleadow (Don Basilio), Annunziata Vestri (Berta), Guillaume Andrieux (Fiorello), Stéphane Facco (Ambrogio).Le Cercle de l’Harmonie, Choeur Unikanti. Jérémie Rhorer (direttore), Gaël Darchen (Maestro del Coro), Laurent Pelly (regia, scene e costumi), Joël Adam (luci). Registrazione: Parigi, Théâtre des Champs-Élysées, 13 & 16 dicembre 2017. T.Time:159′.  1 Dvd/Blu-ray Disc NAXOS

Col volto di Gioachino tatuato alla buona sul braccio, vien fatto calare dall’alto il barbiere tuttofare  su un’altalena. Più che tuttofare, il regista Laurent Pelly lo presenta come una sorta di personaggio che vive alla giornata. Al Théâtre des Champs-Elysées, un Barbiere prevedibile e schizofrenico, privato di coordinate spazio-temporali. Una volta liberatosi dell’imbracatura, Figaro pone piede nel niente. Siamo abituati, ormai, a questo “nulla”, questa volta a firma del medesimo regista, creatore anche degli austeri costumi. Tutta l’azione si svolge entro giganti fogli pentagrammati, a malapena illuminati dalle  luci di Joël Adam. Tutto qui!. Inutile dire della conseguente discrepanza  tra parola scenica ed azione teatrale.  La messinscena funziona solamente perché (occorre dirlo!) la sua confezione, costituita dagli aspetti sopracitati, diviene il contenuto: la vicenda non importa; è un pretesto. Difatti, c’è perfetta corrispondenza tra palcoscenico e l’ensemble di strumenti d’epoca Le Cercle de l’Harmonie diretto da Jérémie Rhorer. Ritmi scanditi, serrati, che si snodano in una piacevole vivacità, in una sanguigna vorticosità; concertazione travolgente nella sua energia un po’ sommaria; dinamismo senza sosta, poco legato all’efficacia teatrale dell’opera, poiché impiegato come una edonistica scorciatoia.
Variegata, un po’ alterna nella resa,  la compagnia di canto. Il baritono Florian Sempey garantisce al suo Figaro una voce particolarmente scura, pastosa; omogenea e salda nella tessitura acuta. Un po’ in affano, qua e là, forse anche a causa di un gioco scenico un po’ troppo sopra le righe. Il migliore in campo è soicuramente il tenore Michele Angelini, che affronta appropriatamente il ruolo del Conte d’Almaviva con elegante abilità tecnico-vocale. La limpidezza del timbro gli consente di superare  un peso vocale che all’ascolto appare un po’ limitato. Ribadiamo la positività della prova sotto ogni punto di vista. Catherine Trottmann, mezzosoprano dalla voce deliziosa, dall’emissione omogenea e dalla discreta tenuta nel grave, affronta però in modo piuttosto impreciso il canto d’agilità. Scenicamente, è un Rosina di “tradizione”, capricciosa e birichina.
Dotato d’una vocalità dal timbro particolarmente chiaro e brillante, il basso Peter Kálmán sfoggia squisite doti attoriali; perdonabili appaiono i pochi incagli nell’impervio sillabati dell’aria  “A un dottor della mia sorte”. Anche il basso Robert Gleadow  nell’interpretazione un po’ stereotipata della parte di Don Basilio, presenta voce sicura e imponente. Validi gli apporti scenico-vocali di  Annunziata Vestri (Berta), Guillaume Andrieux (Fiorello), nonchè dell’apporto attoriale di Stéphane Facco (Ambrogio) e del Choeur Unikanti, preparato da Gaël Darchen.

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