Roma, Museo Storico della Fanteria: ” Impressionisti-L’alba della modernità”

Roma, Museo Storico della Fanteria
IMPRESSIONISTI – L’ALBA DELLA MODERNITÀ
a cura di Vincenzo Sanfo in sinergia con Vittorio Sgarbi
Comitato Scientifico:

Gilles Chazal : ex Direttore Musée du Petit Palais, Membre école du Louvre
Vittorio Sgarbi : Storico dell’Arte, Direttore Mart di Rovereto
Vincenzo Sanfo : Curatore mostre internazionali, esperto di Impressionismo
Maithe Valles-Bled : ex Direttrice Musée de Chartres e Musee Paul Valéry
“Com’è difficile capire nel fare un quadro qual è il momento esatto in cui l’imitazione della natura deve fermarsi. Un quadro non è un processo verbale. Quando si tratta di un paesaggio, io amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per andarci a spasso.” (Pierre-Auguste Renoir)
Il movimento impressionista, una delle correnti più rivoluzionarie nell’ambito della storia dell’arte, rappresenta un’avanguardia nella riproduzione artistica della realtà, mirando a catturare l’immediata sensazione visiva piuttosto che aderire a una riproduzione fedele e dettagliata. Questo approccio non si presta a essere incapsulato in definizioni rigide o schematiche, data la sua natura intrinsecamente complessa e la varietà delle sue espressioni, che sfuggono a un’inquadratura univoca e rischiano di essere confusi con altri movimenti artistici. La genesi del termine “Impressionismo” si ricollega direttamente all’opera “Impression, soleil levant” (Impressione, alba) di Claude Monet. Quest’opera fu centrale nell’inspirare il critico Louis Leroy a utilizzare il termine in una recensione satirica sul quotidiano “Le Charivari”, con intento denigratorio verso quella che percepiva come una tendenza superficiale e priva di sostanza. Nonostante le intenzioni originarie, questa denominazione ha non solo preso piede ma è diventata emblematica di un movimento artistico che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’arte moderna. Questi artisti, lontani dal rigoroso formalismo accademico, hanno iniziato a esplorare le potenzialità di una pittura più naturalistica e spontanea, influenzando in modo significativo le generazioni future e le varie correnti artistiche che sono seguite. L’Impressionismo, pertanto, non si limita a una mera tecnica pittorica ma si configura come una vera e propria filosofia artistica, orientata verso la cattura delle variazioni luminose e delle impressioni fugaci, piuttosto che verso la rappresentazione oggettiva della realtà. La mostra, concepita per celebrare il centocinquantesimo anniversario dalla genesi dell’Impressionismo, trascende la semplice esposizione sequenziale di opere pittoriche per configurarsi come un corpus organico e coesivo. L’intento è quello di delineare l’ascesa e l’evoluzione della rivoluzione impressionista a Parigi, attraverso un’analisi che copre un arco temporale esteso dal 1850 al 1915. La cura dell’esposizione è stata affidata a Vincenzo Sanfo in sinergia con Vittorio Sgarbi. Nel quadro dell’offerta didattica rivolta al settore scolastico, il programma prevede visite guidate pensate per illuminare gli scolari sugli importanti mutamenti intervenuti nella società dell’epoca, precipitati dall’avvento della grande industrializzazione, dalla nascita di innovazioni quali la fotografia, il cinema, l’elettricità, il telefono e i primi esperimenti di volo. Il percorso espositivo si avvale di un insieme di circa 200 opere che, tra dipinti, disegni, acquerelli, sculture, ceramiche e incisioni, documentano l’apporto degli artisti che esposero nelle otto rassegne ufficiali impressioniste, ponendo un accento particolare sulle tecniche da loro esplorate e adottate. Ad arricchire l’esposizione, una selezione di materiali documentari, quali lettere, fotografie, libri, indumenti e oggetti d’uso quotidiano, che forniscono uno spaccato vivido della società emergente in epoca impressionista. Il percorso, che si apre con le figure di riferimento come David, Guericault e Courbet, prosegue illustrando il contributo degli artisti legati all’Ecole de Barbizon, i quali fungono da ispirazione per gli Impressionisti, per approdare infine ai protagonisti delle otto mostre ufficiali, a partire dall’evento storico del 1874 tenutosi nello studio del fotografo Nadar. Questo evento segnò l’ingresso ufficiale del movimento nel panorama artistico globale. La rassegna ospita quindi le opere di figure emblematiche quali Monet, Degas, Manet, Renoir, Cezanne, Gauguin, Pissarro, insieme ad altri artisti di calibro come Bracquemond, Guillaumin, Forain, Desboutin, Lepic, che condivisero l’avventura di rinnovare il linguaggio artistico. Nonostante queste straordinarie premesse, la mostra non è riuscita a incantare il pubblico e la critica . Intitolata con un espressione alquanto generica ed ammiccante , destinata a suscitare interesse e curiosità, la rassegna prometteva di offrire uno sguardo inedito sugli impressionisti all’alba della modernità. Tuttavia, le aspettative sono state ben lontane dalla realtà esperita dai visitatori e dagli addetti ai lavori. Le condizioni strutturali del museo, purtroppo, non hanno fatto altro che accentuare le criticità di questa esposizione. Gli stretti corridoi del piano destinato alle mostre, che ricordano più quelli di uffici o abitazioni private che non di un luogo dedicato all’arte, hanno reso la fruizione delle opere un’esperienza tutt’altro che gratificante. La mancanza di spazio adeguato non solo impedisce una visione appropriata delle opere, esposte su entrambi i lati, ma soffoca letteralmente la possibilità di una contemplazione estetica. Una semplice pittura di sfondo con colori sgargianti ed in tono  non basta a trasformare questi passaggi in aree espositive degne di questo nome, lasciando il pubblico privo della ‘visione di respiro’ che anche l’arte più domestica meriterebbe. Il titolo dell’esposizione, pur essendo evocativo, si scontra così con una realizzazione che pare raffazzonata. Anche pezzi di indiscutibile valore finiscono per perdersi in una presentazione che non lascia traccia nella memoria dei visitatori, priva di dettagli capaci di suscitare emozione o interesse. L’atmosfera di mediocrità che permea la mostra viene ulteriormente accentuata da un sistema di illuminazione carente. Intere aree espositive rimangono immerse nell’ombra, mentre i faretti, disposti in maniera inadeguata, diffondono una luce che risulta al contempo inefficace e asettica, talvolta persino eccessivamente generica e imprecisa. La decisione dell’Istituto dell’Esercito di dedicare i propri spazi all’arte, con l’obiettivo di ampliare la visibilità e suscitare l’interesse dei cittadini nei confronti della propria collezione permanente, rappresenta un’iniziativa sicuramente encomiabile. Tuttavia, sulla base delle evidenze, questa scelta sembra aver sortito l’effetto opposto. Più che un’occasione per celebrare gli impressionisti all’alba della modernità, questa mostra si rivela un chiaro esempio di come non organizzare un evento culturale, lasciando un’impressione duratura non di meraviglia, ma di poca professionalità. In questo contesto, “Impressionante alba della mediocrità” appare un titolo non solo più appropriato, ma tragicamente ironico. Photocredit@Ansa