“Maria Stuarda” alla Fenice di Venezia

Venezia, Teatro La Fenice – Stagione Lirica 2009
“MARIA  STUARDA”
Tragedia lirica in tre atti su libretto di Giuseppe Bardari dalla tragedia “Maria Stuart” di Friedrich Schiller
Musica di Gaetano Donizetti
Edizione critica a cura di Anders Wiklund.
Elisabetta I  SONIA GANASSI
Maria Stuarda  FIORENZA CEDOLINS
Roberto Conte di Leicester  JOSE’ BROS
Giorgio Talbot  MIRCO PALAZZI
Lord Guglielmo Cecil  MARCO CARIA
Anna Kennedy  PERVIN CHAKAR
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia, scene e costumi di Denis Krief
Nuovo Allestimento della Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico “G. Verdi” di Trieste, la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli e la Fondazione Teatro Massimo di Palermo.
Venezia, 30 aprile 2009
Nel 1834 Gaetano Donizetti , già affermato musicista, giunse a Napoli per ricoprire la carica di “maestro di contrappunto e composizione del Real Collegio di musica” con l’onere di una nuova opera per il Teatro di  San Carlo. La scelta del soggetto cadde sul dramma teatrale di Schiller “Maria Stuart”  in quegli anni sulle scene dei palcoscenici italiani nella traduzione del Conte Andrea Maffei. Non potendo ulteriormente collaborare con Felice Romani, causa un alterco, il compositore si affidò alla penna di un giovane studente di legge , Giuseppe Bardari, il quale segnò in questo lavoro la sua unica esperienza nel genere. L’inesperienza del giovane costrinse Donizetti ad intervenire direttamente  sulla stesura dei versi, con il risultato che, dal punto di vista drammatico,  questo libretto sia uno dei più vivi e meglio riusciti  del teatro donizettiano. A Napoli però l’opera non andò in scena a causa pare, di un veto del Re in persona,  su consiglio della moglie lontanamente imparentata con Maria Stuarda. Inoltre, ad una prova, nella scena dell’invettiva di Maria Stuarda contro Elisabetta, con grande scandalo, le due primedonne vennero letteralmente alle mani. Donizetti allora rimaneggiato il tutto, trasformò la Stuarda in Buondelmonte che andò in scena al San Carlo il 18 ottobre 1834.  Maria Malibran venuta a conoscenza delle polemiche si entusiasmò del soggetto e volle interpretare la regina scozzese alla Scala, cosa che avvenne 30 dicembre 1835 dopo che il compositore e un nuovo librettista, pare Calisto Bassi, approntarono delle modifiche. La celebre cantante ignorò deliberatamente i cambiamenti concordati con la censura, così l’opera fu proibita solo dopo sei repliche. E’ fondamentale sottolineare che il pregevole tgesto schilleriano, pur basandosi su fatti realmente accaduti ed accertati, divaga sulla vicenda risultando una fonte storica non de tutto attendibile.  Da Schiller Donizetti pone principalmente attenzione sugli aspetti passionali  tra le  due regine, entrambe innamorate dello stesso uomo. Lo scontro politico,invece, appare tutto sommato marginale. Ne escono due autorevoli ritratti femminilie, ben differenziate sul piano musicale: Maria un’eroina dall’espansione lirica più marcata, al contrario di Elisabetta dalla linea di canto più ritmica e incisiva. Uscita dal repertorio poco dopo la prima, Maria Stuarda è stata ripresa in tempi moderni a Bergamo nel 1958 ma solo successivamente è rientrata nei cartelloni dei teatri con una certa frequenza  grazie  alle interpretazioni di  Leyla Gencer, Montserrat Caballé, Beverly Sills, Joan Sutherland e recentemente Mariella Devia.  Non dimentichiamo anche  la straordinaria  Elisabetta di Shirley Verrett.
Il nuovo allestimento veneziano firmato dal regista Denis Krief quianto mai bizzarro e concettuale, delude e lascia perplessi. Tutto si svolge in un labirinto di corridoi inclinati,  percorsi dai protagonisti, che mantengono una sorta di isolamento. In un primo momentol’idea potrebbe anche essere interessante, ma non ha uno sviluppo e, alla fine si prova solo noia. Si poteva pensare il labirinto come  corridoi del “palazzo” e del potere (perché Elisabetta e Maria nella storia reale combattono per il potere sia politico sia religioso) o al fatto che non si incontrarono mai , ecco allora il distacco come una disputa a distanza, ma anche in questo caso il concetto non regge, perchè si scontra cona la drammaturgia  donizettiana  ben precisa  e definita . A questo aggiungiamoci costumi anonimi e banali, i come quello che indossa la protagonista nel finale dell’opera, una sorta elegante abito da sera anni ’50. Krief  si è sempre distinto come un regista  originale e fuori dagli schemi, ma a mio avviso, in questo come in altre sue recenti produzioni (vedi ad esempio la Lucia di Lammermoor a Parma)  esprime ben poco. La direzione di Fabrizio Maria Carminati, che ha diretto Stuarda a  Bergamo qualche anno fa, è poco più che corretta, porta a termine l’opera senza grandi emozioni o coinvolgimenti.
Sul piano degli interpreti troviamo una Fiorenza Cedolins che, a parte il bellissimo colore vocale, non riesce, o forse nemmeno può  essere un’eroina romantica. Le mancano il temperamento,  l’accento, lo stile, oltre a vistosi limiti nel canto d’agilità (bruttissime le variazioni delle cabalette), il suo attuale  registro acuto poi è  sempre forzato e stridulo. In Elisabetta,  Sonia Ganassi che da qualche tempo ha scelto ruoli  tendenti al sopranile, mostra ora un registro grave piuttosto compromesso, con suoni intubati e un fraseggio poco incisivo. Vocalmente è sicuramente più appropriata della Cedolins ma, forse anche a causa dell’impostazione registica offre un’interpretazione piuttosto opaca.  Prova complessivamente positiva per José Bros, per stile, eloquenza, fraseggio anche se inizialmente tendeva a un’emissione nasaleggiante. Regge bene al prova il giovane Mirco Palazzi come Talbot e  si mostrano all’altezza dei loro ruoli anche Marco Caria e Pervin Charak .  Soddisfacenti  le  prestazioni di coro e orchestra.  Pubblico piuttosto distaccato ma che alla fine ha decretato un buon successo a tutta la compagnia. ( Foto Michele Crosera – Teatro La Fenice di Venezia)

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