Teatro alla Scala di Milano:”Elektra”

Teatro alla Scala di Milano:”Elektra”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2013-2014
 “ELEKTRA
Tragedia in un atto. Libretto di Hugo von Hofmannsthal.
Musica di Richard Strauss
Klytämnestra WALTRAUD MEIER
Elektra EVELYN HERLITZIUS
Chrysothemis ADRIANNE PIECZONKA
Aegisth THOMAS RANDLE
Orest RENÉ PAPE
Der Pfleger des Orest FRANZ MAZURA
Die Aufseherin / Die Vertraute RENATE BEHLE
Ein junger Diener MICHAEL PFLUMM
Ein alter Diener DONALD MCINTYRE
Erste Magd BONITA HYMAN
Zweite Magd / Die Schleppträgerin ANDREA HILL
Dritte Magd SILVIA HABLOWETZ
Vierte Magd MARIE-EVE MUNGER
Fünfte Magd ROBERTA ALEXANDER
Dienerinnen ROSSANA CALABRESE, SILVIA MAPELLI, CLAUDIA VIGNATI, AGNESE VITALI
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Esa-Pekka Salonen
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Patrice Chéreau
ripresa da Vincent Huguet
Scene Richard Peduzzi
Costumi Caroline De Vivaise
Luci Dominique Bruguière
Coproduzione con Festival d’Aix-en-Provence; Metropolitan Opera, New York; Finnish National Opera, Helsinki; Unter den Linden, Berlino; Gran Teatre del Liceu, Barcellona.
Milano, 21 maggio 2014
“In ricordo di Patrice Chéreau, recita in rosso la locandina scaligera di “Elektra”.  L’ultima opera firmata dal regista francese – spentosi lo scorso ottobre all’etàdi 68 anni – approda a Milano dopo il successo della scorsa estate al Festival di Aix-en-Provence. Con poche eccezioni, il cast stellare è lo stesso, come anche l’autorevole bacchetta di Esa-Pekka Salonen e l’intera mise en scene: una ripresa che assume il significato di un grande abbraccio da parte di tutti i protagonisti di quest’ultimo allestimento, accompagnato dal saluto entusiasta di una Scala gremita in ogni ordine di posto. Un’emozione doppia se ricordiamo l’amore tra Chéreau e questo Teatro, i cui primi rigogliosi frutti videro la luce con una “Lulu”nel ’79, per arrivare – attraverso una serie di lavori significativi tra cui citiamo il “Tristan und Isolde”diretto da Barenboim – alla più recente produzione scaligera di “Z mrtvého domu”(“Da una casa di morti”), un raro e memorabile Janáček andato in scena nella stagione 2009/2010.
Le regie liriche come quelle citate non sono che una parte relativamente piccola (ma estremamente significativa) del contributo di Chéreau nel mondo dello spettacolo, spaziando dal teatro di prosa al grande schermo, il terreno di consacrazione che l’ha reso noto al grande pubblico. Non è questo il luogo per elencarne tutti i successi cinematografici e non, anche se invitiamo ad approfondire in questo senso. Tuttavia è utile richiamare alla mente ciò che dal complesso della sua opera è emerso, il comune denominatore ben evidente sia nei suoi film sia nelle sue chiavi di lettura teatrali: si tratta dell’abilità unica di addentrarsi nel profondo dell’essere umano indagandone il corpo e la psiche, con la capacitàunica di raccontarne ogni sfumatura con uno stile sempre riconoscibilissimo, semplice e raffinato, segnato da immagini rigorose, nette, suggestive e mai scontate, a volte crude nella loro nitidezza minimalista. “Intimacy”, la pellicola che gli valse l’Orso d’Oro berlinese nel 2001, è emblematica in questo senso. Ma lo è altrettanto la sua “Elektra”, che potremmo considerare a tutti gli effetti una sorta di testamento artistico in grado di raccontare con chiarezza la sensibilità, il pensiero e la visione unica di Patrice Chéreau, il suo sguardo sul mondo e sull’uomo.
La vicenda è nota: una giovane donna che vive in funzione della sua ossessione per l’uccisione del padre, rinunciando a tutto per portare avanti un desiderio di vendetta che potrà spegnersi solo nel sangue. Dimentichiamoci però del solito cliché che porta a rappresentare quest’opera in maniera del tutto caricaturale, un folle intreccio violento che ha per protagoniste personalità schizofreniche e grottesche. Certo, questa interpretazione non nasce per caso e non èinfondata: èrisaputo che tra gli elementi che affascinarono Strauss quando decise di mettere in musica questo grande classico greco fu proprio la passionalità violenta e barbarica incarnata dai personaggi. Anche il libretto di Hofmannsthal è coerente con questa impronta, abbandonando la compostezza sofoclea in favore di un’espressività cruenta e parossistica. L’originalitàdi Chéreau sta però nel vedere in tutto questo non una lotta brutale tra individui mostruosi, ma una complessa rete di relazioni tra esseri umani. Deformati orribilmente dalla sofferenza, certo, ma pur sempre umani, con la loro eterna paura della solitudine e una continua e disperata ricerca di perdono. È lo scavo psicologico sulle tre principali figure femminili il punto cardine di questa lettura: Elektra, Klytämnestra e Chrisothemis. Dalle note di regia: “Non possiamo scegliere fra le tre: ognuna ha diritto a tutta la nostra comprensione, ognuna ha le sue ragioni. C’èquella che vive in un angolo della corte con i cani; c’è sua madre, potente e tuttavia divorata dall’assassinio che ha commesso […] e c’èquesta sorella che vuole vivere a tutti i costi, uscire dalla prigione che il crimine ha costruito attorno a lei”. Al trio femminile si aggiunge il quarto protagonista Orest, braccio della vendetta, carnefice perché vittima in principio. Un assurdo gioco al massacro dove ognuno sembra essere paradossalmente innocente, nella sua nevrosi. Anime giustificate perché sofferenti, una complessiva visione salvifica nonostante le macchie di sangue sull’alfa e sull’omega della tragedia: Chéreau non condanna, chiede pietà per tutti loro.
Si parla di condizioni esistenziali e immutabili, siamo nel bel mezzo del cosmo atemporale delle passioni: potremmo trovarci effettivamente a Micene al tempo di Agamennone come – perché no – nel bel mezzo di un dramma borghese di stampo ibseniano. Non è un caso che la scena progettata da Richard Peduzzi – da tempo fedelissimo collaboratore di Chéreau – non richiami alcuna epoca in particolare (come anche i bei costumi di Caroline De Vivaise), ma consista semplicemente in monumentali pareti di pietra levigata grigia con un grande portale centrale che dà accesso al palazzo-mattatoio. Attorno, sempre nella piena neutralità, pochi altri elementi: due blocchi di marmo, una piccola scalinata e una botola, misera e invivibile dimora di Elektra nonché luogo di sepoltura dell’ascia che uccise suo padre. Scene minimali – valorizzate dalle meravigliose ombre e penombre dipinte dalle luci di Dominique Bruguière – che incorniciano con bellezza, pulizia e discrezione l’agire dei personaggi, basato su meticolosi studi dei movimenti e sulle reciproche relazioni spaziali e gestuali. Questo lavoro accurato di Chéreau su ciascun personaggio, dalla protagonista fino all’ultima delle ancelle, è qualcosa di assolutamente ammirevole e fuori dal comune. Tuttavia, senza un cast di prima scelta come questo, non si sarebbe andati così lontano.
A cominciare dalla protagonista, non definire geniale l’interpretazione di Evelyn Herlitzius potrebbe considerarsi reato. In una parte massacrante come quella di Elektra, in scena dall’inizio alla fine, il soprano tedesco non dà mai il minimo segno di cedimento, mantenendo costante la brillantezza del suo smalto vocale per tutta la durata dell’opera. Di fronte a un’orchestra di centoundici elementi autorizzati a non risparmiarsi con il volume, la Herlitzius non teme nulla e svetta sempre senza problemi sfoggiando una potenza che ha dell’incredibile, tenendosi ben lontana dal rischio di urla sguaiate padroneggiando con sicurezza una voce sempre pulita e dal timbro rotondo. La presenza scenica non è da meno: con carisma, sensibilità e doti espressive fuori dal comune, il soprano tiene tutti col fiato sospeso con l’interpretazione di un’Elektra così credibile, completa e impeccabile da guadagnarsi di diritto il titolo di solida pietra di paragone per tutte le omonime protagoniste straussiane che verranno in futuro.
La Klytämnestra di Waltraud Meier dal punto di vista musicale non è altrettanto inappuntabile, presentando alcuni difetti di emissione forse dovuti alla parte non perfettamente aderente al suo tipo di vocalità. Tuttavia, l’aderenza all’idea registica ètotale e la conseguente resa del suo personaggio è meravigliosamente a fuoco: nessun essere mostruoso o caricaturale, ma un’elegante regina disperatamente aggrappata ad inutili superstizioni e amuleti, con la sua fragile natura di donna terrorizzata e pentita. Il tutto emerge chiaramente nella grande scena del confronto con la figlia, punto centrale del dramma e snodo di grande pathos, tra i più preziosi dell’opera. Insomma, a conti fatti un’interpretazione memorabile, che porta in secondo piano qualsiasi altra imprecisione. Raffinata anche Adrianne Pieczonka nel ruolo di Chrysothemis, che completa quest’ottimo tridente di donne sfoggiando timbro caldo e suoni ben proiettati. Memorabili le due scene di incontro-scontro con Elektra, ricche di una tensione lirica e violenta al tempo stesso.
Protagonista maschile, troviamo un Orest d’eccezione grazie all’autorevole contributo di RenéPape, subentrato a Mikhail Petrenko dell’edizione di Aix. La sua tonante voce brunita fa tremare il Piermarini e sconvolge per volume e pienezza abbinati ad un fraseggio ricercato, qualitàche confermano il nome del basso tedesco tra i migliori attivi ai giorni nostri. Convincente l’intervento seppur breve di Tom Randle che dà voce ed eleganti sembianze allo sgradevole personaggio di Aegisth. Splendida prova anche per il resto del cast, con menzione d’onore ai veterani Donald McIntyre (Un vecchio servo) e il novantenne Franz Mazura (Mentore di Orest), insieme a tutto il comparto di serve e ancelle, impeccabili persino nell’ostica apertura dell’opera che le vede protagoniste.
Sul podio, come accennato all’inizio, trionfa Esa-Pekka Salonen, tra i più autorevoli e talentuosi direttori di oggi. La sintonia con la visione complessiva di Chéreau si sente chiaramente nella varietà di suoni ricercatissimi che Salonen riesce a ricavare da un’Orchestra scaligera in splendida forma. Un’ampia gamma di colori e un’accentuazione dei lirismi sparsi nella partitura lasciano intuire una lettura più intimistica dell’opera, piuttosto che cedere il passo al roboante stridore costante cui siamo abituati. Il risultato eccezionale è che nelle pagine più concitate, nelle dissonanze di cui Strauss si serve abbondantemente, nel tema ripetuto di “Agamennon”(l’insistente triade di re minore, simbolo di ossessione), si riesce per contrasto a percepire l’inquietudine della tragedia in misura di gran lunga maggiore rispetto a quanto si ascolta solitamente. Si cerca di porre l’accento sul tentativo disperato dei personaggi di ritrovarsi, magari in un abbraccio: Elettra e Oreste, Elettra e Crisotemide, Elettra e l’odiata Clitemnestra persino (la figlia cade ai piedi della madre, avvolgendole le gambe in un incomprensibile tentativo di ritrovare un contatto irrimediabilmente perduto). A questo corrisponde dunque – dal punto di vista musicale – un lirismo ricercato in ogni angolo, rimettendo in luce sfumature insolite non immediatamente evidenti nella partitura, che contrastano e si valorizzano vicendevolmente con lo stampo prevalentemente torbido, violento e primordiale.
Un’interpretazione totalmente nuova, la cui forza profonda è una totale sinergia tra cantanti, regia e podio: ecco il segreto di questo successo pieno e totale, a Milano come ad Aix, confermato dalle interminabili standing ovation al calare del sipario scaligero. Si replica il 24 maggio, 3, 6, 10 giugno: altre quattro preziose possibilità per assistere a un’Elektra che senz’altro farà epoca. Foto Brescia/Amisano © Teatro alla Scala

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