Tomas Cotik & Tao Lin : Franz Schubert, Sonatas op. posth. 137

Tomas Cotik & Tao Lin : Franz Schubert, Sonatas op. posth. 137

Franz Schubert: Sonata in D major, Op. postuma 137/1, D 384; Sonata in A minor, Op. postuma 137/2, D 385; Sonata in G minor, Op. postuma 137/3, D 408. Tomas Cotik (violino); Tao Lin (pianoforte).Registrazione: 28-30 aprile 2013, Gusman Concert Hall, Coral Gables, Florida. T.Time: 55.30 1 CD Centaur Records – CRC3412

Tra marzo e aprile del 1816, quando aveva diciannove anni, Franz Schubert compose i suoi primi tre pezzi per violino e pianoforte, indicandoli come Sonate per pianoforte con l’accompagnamento di un violino. Esse furono poi pubblicate postume da Diabelli con il titolo di Sonatine, e per la loro singola durata (inferiore rispetto a quella delle analoghe sonate beethoveniane, o a quella delle stesse sonate schubertiane per pianoforte solo) e per un motivo commerciale; l’indicazione Sonatina faceva infatti pensare a un brano più agevole a eseguirsi rispetto all’opera destinata ai professionisti delle sale da concerto, e quindi più adatto al grandissimo numero di musicisti dilettanti che nella Vienna di metà Ottocento faceva abitualmente musica nella propria casa (si tratta poi – sia detto come specificazione importante – di quegli stessi amateurs che hanno fatto nascere le Schubertiaden e la loro duratura tradizione).
Nell’ambito di un progetto discografico dedicato a tutti i lavori schubertiani per violino e pianoforte, Tomas Cotik e Tao Lin pubblicano ora un secondo album (dopo quello fortunato del 2013 della Centaur Records, con il Duo, il Rondò e la Fantasia), contenente appunto le Sonatine dell’op. 137 edite da Diabelli , giustamente riportate all’onore (non solo nominalistico) di Sonate a tutti gli effetti.
Ma, al di là della profilatura di genere, sarebbe comunque un errore considerare esercizi giovanili le tre Sonate, anche perché esattamente coeve alla composizione di un’opera come la Sinfonia n. 4 (Tragica), dei quartetti per archi, delle messe, e ovviamente della pletora inesauribile dei Lieder (all’altezza del 1817 Schubert ne aveva già composti circa trecento). Piuttosto, è interessante osservare come l’autore stesso faccia fatica a rispettare l’avvertenza del suo stesso titolo: indica le Sonate per pianoforte “con l’accompagnamento di un violino” (mit Begleitung einer Violine), come se scrivesse per un dilettante dell’arco, ma in realtà la parte del violino è, a lavoro concluso, tutt’altro che semplice o secondaria, cioè tutt’altro che relegata a mero “accompagnamento”. Anche per questo motivo un giovane e talentosissimo virtuoso come Cotik ha deciso di riportare le Sonate al centro di un progetto esecutivo, di reale riscoperta delle originarie sonorità e delle effettive difficoltà espressive dei testi.
Lo stile con cui gli esecutori si accostano a Schubert è riassumibile in un’ammirevole semplicità: basta ascoltare l’Andante della Sonata 137/1 per accorgersi di come un brano basato sull’alternanza di un tema sospeso (a scopo introduttivo) e di un altro decisamente elegiaco, narrativamente dolente, non si trasformi in un esercizio di mozione degli affetti ma si attesti su delicate enunciazioni, come di un sussurro di pena e di un accenno emotivo appena traducibile. Insomma, un brano che potrebbe diventare l’emblema “commerciale” della Sonata resta invece molto sobrio, quasi palpitante di enigma.
Alcuni movimenti sonatistici schubertiani presentano un’architettura abbastanza semplice, poiché costituiti di un tema, enunciato e accompagnato da breve sviluppo, che si ripete ostinatamente, prima che compaia il secondo tema, ugualmente iterato. Ma appunto questo è il problema dell’esecutore, ossia “interpretare” tale architettura, senza mai farla sentire ripetitiva. L’Allegro giusto che apre la Sonata 137/3 è un esempio della virtù dei due artisti, che decidono di rispettare tutte le ripetizioni previste da Schubert (secondo l’edizione Henle delle tre Sonate, ossia la più prossima all’Urtext del 1816); ogni qualvolta il tema, o l’intera arcata sintattica che li congiunge, si riaffaccia nell’enunciato, violinista e pianista provvedono a rimarcare le indicazioni agogiche in modo differente: piccoli rubati, minimi ritenendo, contrasti di piano e di forte, variazioni ritmiche, accorgimenti tecnici (l’arco del violino accarezza appena le corde, oppure il pianoforte sgrana più nitidamente le note, staccandole le une dalle altre come per evidenziare la perlacea nettezza di ciascuna di esse). Alla fine la struttura ripropone una musica sempre diversa, la cui dolcezza diventa perentoria, secondo un tipico paradosso dell’arte di Schubert.
Del resto, nelle note del booklet, è lo stesso Cotik – che alla musica da camera di Schubert ha dedicato anche la propria tesi dottorale – ad avvertire su quali siano stati i più importanti princìpi interpretativi: poca pressione dell’arco da parte del violinista, poca insistenza sull’enfasi da parte del pianista nelle zone più dinamiche della partitura; e ancora in parallelo, parsimonia nell’uso del vibrato e del pedale; il tutto per avvicinarsi a uno stile esecutivo prossimo a quello dei tempi di Schubert, anche senza il ricorso a strumenti originali. Tre pagine minori della Vienna degli anni del celebre Congresso, rese con uno studio e un’attenzione solitamente riservati ai più frequentati capolavori pianistici di Schubert: un disco la cui qualità riesce a proporre la freschezza affascinante della cultura musicale germanica come nuova, come se le tre piccole Sonate non si fossero mai ascoltate prima.

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