Piacenza, Teatro Municipale: “Il Corsaro”

Piacenza, Teatro Municipale: “Il Corsaro”

Piacenza, Teatro Municipale – Stagione d’Opera 2017-18
IL CORSARO
Melodramma tragico in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal poemetto The Corsair di George Gordon, VI Lord Byron.
Musica di Giuseppe Verdi 
Corrado IVÁN AYÓN RIVAS
Medora SERENA GAMBERONI
Seid SIMONE PIAZZOLA
Gulnara ROBERTA MANTEGNA
Selimo MATTEO MEZZARO
Giovanni CRISTIAN SAITTA
Un Eunuco/Uno Schiavo RAFFEAELE FEO
Orchestra regionale dell’Emilia Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Matteo Beltrami
Maestro del Coro Corrado Casati
Regia Lamberto Puggelli ripresa da Grazia Pulvirenti Puggelli
Scene Marco Capuana
Costumi Vera Marzot
Luci Andrea Borelli
Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Piacenza, 4 maggio 2018
Si dice che Verdi abbia prestato al suo “Corsaro” meno attenzione rispetto che ad ogni altra sua opera: ammesso sia vero, oggi occorre considerare giustamente la composizione come un piccolo capolavoro, per il solo fatto che il Cigno di Busseto l’abbia firmata. Inoltre, a ben vedere, non si tratta minimamente di un’opera trascurabile: il libretto di Piave (che non brilla quasi mai per profondità) stavolta si abbandona a certe suggestioni liriche della fonte originale, quel “Corsaro” di Byron che segna nella produzione del gigante poetico inglese una soffertissima analisi autobiografica. Corrado, il corsaro protagonista, è per molti nient’altro che l’anticipatore di Manfred, così come Seid, suo antagonista, ha il fascino del Satana miltoniano, tanto amato dai romantici inglesi. Questo, come già detto, nel poema originale, e parzialmente anche nel libretto. Ma dalla carta alla scena si attraversa quell’oceano talvolta fatale che è l’allestimento (regia-scene-costumi-luci), e quanto andato in scena di recente a Piacenza, ahinoi, sotto questo punto di vista fa rimpiangere una semplice lettura domestica: un po’ per ragioni di casting, un po’ per idee poco riuscite del regista (il de cuius Lamberto Puggelli, la cui eredità professionale è stata raccolta dalla moglie Grazia Pulvirenti), si è assistito a uno spettacolo a tratti grottesco, a tratti più ispirato a “Il pirata” di Vincente Minnelli e altri simili prodotti squisitamente kitsch-pirateschi, piuttosto che al capolavoro giovanile del poeta inglese del XIX secolo. Sembra che al regista siano più care le suggestioni cappa-e-spada (nella lunga, godibilissima, scena dell’arrembaggio nel secondo atto) piuttosto che veicolare qualcosa di più profondo (non diremo “più colto”, per non sembrare professorali). La scelta tradizionale di resa scenica non è messa in discussione: si critica l’approssimazione di questa messinscena, gli stangoni che reggono le vele perennemente sghembi, i costumi da festa in maschera di livello, le gestualità dei cantanti ipercodificate, l’insopportabile rumore di trotto sull’ostentato pavimento ligneo, anche a disturbare i numeri in scena (e sarebbe bastata della semplice gommapiuma per attutirlo), l’ancor meno sopportabile tentativo di distrarci da queste mancanze con trucchi di basso prestigio, l’uso di botole, di tessuti “magici”, di simbologie facili. Per rimanere seduti di fronte a cotal spettacolo dobbiamo concentrarci su altro: la bellissima cornice del Municipale, la musica di Verdi (forse, come dicevamo all’inizio, distratto, ma ben ispirato nei concertati, così come in certi momenti di vibrante tensione musicale, quale l’intermezzo tra prima e seconda scena dell’atto terzo), diretta forse un po’ troppo frettolosamente dal Maestro Marco Beltrami, e il cast: un plauso va a Serena Gamberoni (Medora), che soprattutto nell’ultima scena si mostra degnissima interprete, ricca di sfumature, e al Seid di Simone Piazzola, bella voce baritonale, che non teme le zone più acute; vera vedette di questa produzione è, però, la giovane Roberta Mantegna, nella parte di Gulnara: soprano agile e piena di suono, capace anche sui bassi, ci pare perfetta voce verdiana, a cavallo tra belcanto e potenza verista. Il secondo atto la vede padrona assoluta, ma anche i duetti con Corrado la mettono brillantemente in mostra. Tra i ruoli di fianco che vedeva impegnate le voci dei tenori Matteo Mezzaro (Selimo) e  Raffaele Feo (Un eunuco/Uno schiavo), spicca il timbro tondo e chiaro del basso Cristian Saitta, nella parte del corsaro Giovanni. Spiace, invece, dover constatare come il giovane tenore peruviano Ivan Ayòn Rivas (Corrado) sia probabilmente troppo giovane per questo ruolo: la sua potente voce di tenore ha un colore troppo acceso e un temperamento sovente sovrinterpretativo per il personaggio di Corrado; il grande pubblico, certo, apprezza calorosamente un tenore dai toni squillanti, ma è proprio compito della critica smorzare certi furor di popolo: il venticinquenne Rivas ha certo tutte le potenzalità per trovare il giusto repertorio che lo metta in luce, ma Corrado è una parte vocalmente (e drammaturgicamente) complessa, necessita di un’espressività e una maturità che non emerge dal giovane tenore – forse non può emergere ancora. Nonostante questa non riuscitissima scelta di casting, è proprio l’apparato musicale nella sua totalità (senza dimenticare lo straordinario apporto del coro, ben diretto dal Maestro Corrado Casati) a salvare la serata, a lasciarci la voglia di andare a riascoltare questo semisconosciuto verdiano “Corsaro” – e la voglia di rivederlo, magari con una regia più consapevole del libretto, della partitura e di sé. Foto Mirella Verile

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