Teatro Regio di Torino: “I Puritani” (cast alternativo)

Teatro Regio di Torino: “I Puritani” (cast alternativo)

Torino, Teatro Regio, stagione d’opera 2014-2015
“I PURITANI”
Opera seria in tre atti su libretto di Carlo Pepoli dal dramma “Têtes rondes et Cavaliers” di Jacques-François Ancelot e Joseph-Xavier Boniface Saintine.
Musica di Vincenzo Bellini
Elvira DÉSIRÉE RANCATORE
Lord Arturo Talbo ENEA SCALA
Sir Giorgio Valton MIRCO PALAZZI
Sir Riccardo Forth SIMONE DEL SAVIO
Lord Gualtiero Valton FABRIZIO BEGGI
Enrichetta di Francia SAMANTHA KORBEY
Sir Bruno Roberton SAVERIO FIORE
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Regia Fabio Ceresa
Scene Tiziano Santi
Costumi Giuseppe Palella
Coreografie Riccardo Olivier
Luci Marco Filibeck
Nuovo allestimento in coproduzione con il Maggio Musicale Fiorentino
Torino, 18 aprile 2015   
Capita, non di rado, che due spettatori, assistendo allo stesso spettacolo, ne traggano opinioni diametralmente opposte, e questo accade con particolare frequenza di fronte alle regie d’opera contemporanee. Così capita, in questa occasione, che io dissenta parzialmente da quanto espresso dal collega Giordano Cavagnino circa il nuovo allestimento dei Puritani, firmato da Fabio Ceresa, che il Teatro Regio di Torino mette in scena in questi giorni. Preso il partito di non leggere, se non a posteriori, l’intervista offerta dal regista sul programma di sala – è infatti lecito assistere allo spettacolo senza leggerla, e l’intelligibilità di una regia dovrebbe essere ad essa intrinseca e non affidata alle dichiarazioni a mezzo stampa –, ho trovato che nell’azione si presentassero diversi elementi oscuri, abbozzi interpretativi dai quali è mancato il coraggio di trarre le conseguenze che avrebbero reso comprensibile il progetto al pubblico. È chiaro che su tutto aleggia una sinistra atmosfera di morte (dai veli neri anziché bianchi per le nozze alle figure che escono dai sepolcri; dall’edificio in progressivo disfacimento alla reiterata insinuazione che la “perdita” di Elvira sia in realtà dovuta alla sua morte), ma risulta arduo capire il significato ultimo della proposta registica. Questo non vuol dire, si badi bene, che la regia non funzioni: essa funziona e lo spettacolo scorre piacevolmente, ma funziona in quanto regia tradizionale, senza che, al di là delle suggestioni tenebrose, si colga il complesso messaggio dichiarato da Ceresa. Anzi, paradossalmente, la regia forse funziona proprio perché questo messaggio non si coglie: ove si comprendesse, infatti, che il coro è costituito da spettri, che l’aria iniziale di Riccardo è in realtà un lamento sulla tomba di Elvira dopo il quale egli rivive nella memoria la vicenda messa in scena, che nel III atto la protagonista è forse solo più il fantasma di sé stessa, si rischierebbe di travisare la natura propria dei Puritani in quanto opera seria a lieto fine, figlia di una tradizione secolare che stava vivendo gli ultimi fasti.
Detto questo, va ricordata l’eccellente direzione di Michele Mariotti, manifestatasi con particolare evidenza nella concertazione degli ensemble, dove il coordinamento dei tempi e la perfetta distribuzione dei volumi sonori (complice un Coro che per preparazione ha pochi eguali al mondo) hanno sortito un risultato memorabile. Al direttore si può semmai imputare d’aver praticato – o acconsentito a praticare – piccoli tagli sparsi qua e là nelle riprese (non le più importanti, va detto) che, all’orecchio dell’appassionato di belcanto, generano sensazione d’incompletezza. Altre soppressioni trovano giustificazione nella vicenda editoriale della partitura, sottoposta a taglia-cuci già dall’autore, ma piuttosto strana è suonata la sparizione del coro che inneggia a Cromwell nel finale ultimo.
La recita cui ho assistito ha segnato il debutto del cosiddetto secondo cast, che fa perno sul soprano Désirée Rancatore. Voci di corridoio (non confermate però da annunci ufficiali) la dicevano afflitta da influenza, e forse a questa ragione è dovuta qualche insicurezza nel primo intervento fuori scena e all’inizio del duetto con Giorgio. La ripresa non ha comunque tardato a giungere, non solo nella Polacca, la cui scrittura è particolarmente congeniale alla vocalità brillante della Rancatore; ma anche nel finale I – il cui largo è stato interpretato sillaba per sillaba, tratteggiando l’estraneità mentale di Elvira alla propria condizione – e nelle cabalette degli atti seguenti (oltre a quella della scena di follia, è stata eseguita la conclusiva «Ah! Sento, o mio bell’angiolo», affidata alla sola voce femminile), costellate di ardite variazioni. Ne è risultata un’Elvira di carattere, dalla personalità marcata, nella quale l’innocenza adolescenziale non si esprime mai in maniera leziosa, ma con la determinazione e la sicurezza dettata dal proprio sentimento. Altrettanto non si può dire del protagonista maschile, in quanto il tenore Enea Scala è penalizzato da un’impostazione difficile della voce che lo costringe a forzare l’emissione e, specialmente al momento degli ingressi in scena, a produrre suoni vibrati che compromettono il ventaglio di colori e la luminosità del metallo. I momenti migliori del ruolo di Arturo risultano quindi quelli in cui lo sforzo d’emissione assume una valenza interpretativa, come il concertato del finale ultimo; o la romanza del III atto, dove la cura posta al fraseggio riesce a esprimere il clima elegiaco del brano. Le due principali voci gravi – il baritono Simone Del Savio e il basso Mirco Palazzi – erano presenti nei mesi scorsi sul palcoscenico del Regio in ruoli buffi, e si sono trovati ugualmente a proprio agio nel genere serio. Nonostante Palazzi abbia voce forse un po’ chiara per il ruolo di Giorgio, e Del Savio un po’ leggera per quello di Riccardo, la solida tecnica belcantistica consente loro di raggiungere risultati di tutto rispetto. Particolare ammirazione desta Riccardo nell’aria d’esordio, resa nel suo clima di contemplazione distaccata più che di partecipazione emotiva grazie a un legato morbido e a un sillabato puntuale, e conclusa con una puntatura appropriata, ben timbrata e non gridata. Certo, manca un po’ di peso quando Riccardo dovrebbe vestire i panni del “cattivo” (ma cattivo assai poco, in fondo) o nei passi eroici, e la figura risulta sbilanciata sul versante malinconico. Quanto alla figura di Giorgio, è anch’essa valorizzata, con sentimento e professionalità, nel suo lato cantabile e umano, dall’affetto per Elvira alle sfumature di pudicizia di cui adorna il racconto della follia della nipote, fino al grave, mesto e sicuro, con cui l’aria si conclude. Comuni al primo cast sono gli altri interpreti. Nel ruolo di Enrichetta, il mezzosoprano Samantha Korbey ha saputo supplire, con un buon temperamento, a uno strumento di per sé non molto interessante. I due ruoli minori, nei quali non è raro ascoltare comprimari di seconda scelta, sono stati affidati a voci sicure e dotate di personalità, quali il tenore Saverio Fiore (Bruno) e il basso Fabrizio Beggi (Gualtiero). Seconde parti di qualità e una compagnia alternativa di livello più che buono sono il primo indice di un casting attento, che non si limita ad accaparrarsi le principali star, ma sa guardare tutti i dettagli per valorizzare un melodramma nella sua interezza. Foto Ramella & Giannese

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