Francesco Cilea (1866-1950): “L’Arlesiana” (1897)

Francesco Cilea (Palmi, 23 luglio 1866 – Varazze, 20 novembre 1950)
“L’Arlesiana” – Dramma lirico in tre atti su libretto di Leopoldo Marenco da “L’Arlesienne” di Alphonse Daudet. Prima rappresentazione: Milano, Teatro Lirico, 27 novembre 1897)
Personaggio riservato e signorile, Cilea non venne assorbito in maniera esclusiva dalla passione per il teatro:oltre e dedicarsi al repertorio da camera e sinfonico, per alcuni anni fu supplente Conservatorio di Napoli, poi passò a Firenze, dove rimase fino al 1904 e si dedicò alla composizione dell’Arlesiana, rappresentata al 1897 al Teatro Lirico di Milano.Dopo Firenze, diresse per 3 anni il Conservatorio di Palermo. Passò quindi al 1916 al San Pietro a Majella, l’istituto al quale egli dedicò per quasi 20 anni gran parte delle sue energie. Privi di vicende di particolare interesse gli anni della tarda maturità: la nomina ad Accademico d’Italia nel 1938, il trasferimento nella cittadina ligure di Varazze, dove il compositore si spense in anni ormai lontani da quelli dei suoi successi operistici, in un clima di disinteresse, quando non indifferenza o di rifiuto nei confronti dei “piccoli maestri, della giovane scuola. Cilea, infatti, non può essere separato da quel gruppo di compositori quali Mascagni, Leoncavallo e Giordano (quest’ultimo anche suo compagno di studi a Napoli), che fra il 1890 è il 1910 arricchirono il codice operistico italiano.

Nonostante alcuni elementi di stile e di drammaturgia comuni a questi autori, la personalità di Cilea, tuttavia, sembra potersi collocare quasi in una nicchia parte: non fosse altro che per la  scarsa simpatia verso la fuga inventiva e l’estro improvvisatorio  e immediato (ad esempio, di un Mascagni), per la sua inclinazione a ripensamenti e per l’attitudine a tornare sul già fatto, per portarvi ritocchi e miglioramenti alla ricerca di un ideale di perfezione. Sia l‘Arlesiana sia la successiva Adriana Lecouvreur (1902) subirono vari ritocchi, ed anche il celebre “Lamento di Federico” – che decretò il trionfo del giovane Enrico Caruso debuttante nell’Arlesiana – fu un inserimento dell’ultima ora. L’attento lavoro di lima sulla partitura dell’Arlesiana (almeno tre versioni, delle quali l’ultima per una ripresa al Teatro dell’Opera di Roma, nel 1937, dopo che l’opera era stata ritirata dalla circolazione da  vent’anni), non vale tuttavia a cancellare l’avvicinamento di essa al gusto naturalistico francese: il libretto era stato tratto da Leopoldo Marenco da un celebre racconto di Alphonse Daudet, per il quale nel 1872 Bizet  aveva scritto le  “musiche di scena”. Inoltre, c’è da rilevare la parentela fra personaggi e situazioni dell’Arlesiana con la Carmen del maestro francese: anche qui due donne, l’una perversa (l’Arlesiana) l’altra onesta e dolce (Vivetta), si contendono il cuore del protagonista maschile (Federico), con l’evidente rimando a Carmen, Micaela e Don Josè. Poi, il clima paesano e pastorale che qui prende una certa coloritura arcadieggiante, Settecentesca (nella scena  dell’abbigliamento di Vivetta, nell’ arioso di Baldassarre “Vieni con me sui monti…”, entrambi al secondo atto, o nel coro delle fanciulle che apre il terzo). L’individuazione melodica dei singoli personaggi non è ancora univoca è compiuta: il recitativo è sempre molto espressivo, grazie anche ad una certa spigliatezza discorsiva del libretto, i tratti di colore locale sono assai discreti, non hanno mai sapore di citazione folkloristica; è una Provenza di invenzione quella che Cilea ci raffigura, per mezzo di uno strumento –  quello orchestrale – che ha  tutte le finezze di un compositore maturo. In effetti, dell’Arlesiana restano più facilmente impressi nella memoria alcuni spunti melodici, breve incisi orchestrali (il celebre intervento dell’oboe, che della prima scena percorrerà tutta la partitura), mentre le pagine autenticamente cantabili si riducono a solo  tre momenti: il racconto del pastore Baldassarre “Come due tizzi accesi…”, ricco di preziosità  strumentale, il memorabile “Lamento di Federico” (da notare come  la grande frase sulle parole “Anch’io vorrei dormire così…” non viene più ripresa da Cilea, salvo che nelle ultime battute orchestrale che chiudono il dramma), l’arioso di Rosa “Esser madre è un inferno…”, autentico “tour de force” per un compositore non scaltro e raffinato come Cilea, visto che si tratta di un lungo monologo in in endecasillabi, che il musicista riesce a ricomporre in ampie arcate cantabili, che configurano la figura di Rosa Mamai (come fu detto con una certa enfasi) come quella di una mater dolorosa. Sul piano della drammaturgia, tra i punti a favore dell’ opera è da registrare la bella trovata di non far comparire mai sulla scena l’Arlesiana, e di farla alitare su tutta la vicenda come un’ossessiva presenza che sconvolge ogni personaggio. Né si può dimenticare la figura, appena tratteggiata, dell’Innocente, che rimanda ovviamente a quello mussorgskiano: ma nel 1897 la conoscenza del Boris ero in un certo modo una finezza, un segno di aggiornamento non comune. In allegato il libretto dell’opera

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