Antônio Carlos Gomes (1836 – 1896): “Lo schiavo” (1889)

Dramma lirico in quattro atti su libretto di Luigi Pallavicini. Dongo Kim (Il Conte Rodrigo (Goitacà), Massimiliano Pisapia (Americo), Svetla Vassileva (Ilàra), Elisa Balbo (La contesa di Boissy), Andrea Borghini (Ibère), Daniele Terenzi (Giamfèra), Francesco Musinu (Lion / Tupinambà), Marco Puggioni (Guaranco), Michelangelo Romero (Tapacoà). Coro del Teatro Lirico di Cagliari, Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, John Neschling (direttore).  Davide Garattini Raimondi (regia), Tiziano Santi (scene), Domenico Franchi (costumi),Alessandro Verrazzi (luci), Luigia Frattaroli (coreografie). Registrazione: Cagliari, Teatro Lirico, 27 febbraio – 1 marzo 2019. 1 Dvd/ Blu-ray DYNAMIC

L’opera nell’America Latina è conosciuta e amata come in poche altre parti del mondo. Un amore antico che risale alle prime rappresentazioni di opere italiane presso le corti di epoca barocca senza però che questo amore creasse generazioni di compositori – mentre lunga e gloriosa è stata, e ancora lo è,  quella degli esecutori. Tra i pochi musicisti latino-americani a essersi ricavato un certo spazio sulla scena internazionale il brasiliano Carlos Gomes merita una particolare attenzione. Formatosi in Italia e sempre attivo su libretti italiani, anche per le opere destinate alla madre patria Gomes incarna una delle più significative figure di un delicato momento della storia dell’opera italiana, quello della piena maturità verdiana. All’ombra del Maestro di Busseto cominciavano a maturare nuovi fermenti, se pur derivati  pur leagri alla lezione verdiana, senza giungere a quella frattura che caratterizzerà la  generazione che si riconoscerà nelle esperienze della “Giovane scuola” verista. Gomes quindi insieme a Ponchielli, Catalani e Faccio è  testimone di un importante momento di transizione nella storia musicale italiana.
Lo schiavo” del 1889 è forse l’opera con cui il compositore brasiliano raggiunge la piena maturità espressiva. Pensata per un’originaria destinazione italiana l’opera non riuscì a vedere la luce nel bel paese ma ebbe la prima a Rio de Janeiro con la benedizione della famiglia imperiale particolarmente sensibile al tema trattato. Con “Lo schiavo” Gomes ritorna all’ambientazione brasiliana del suo primo e più duraturo successo (“Il Guarany”, Milano 1870) dopo aver affrontato soggetti tratti dalla storia europea (“Maria Tudor” 1879) e italiana (“Salvator Rosa” 1874) con l’originale incursione nella letteratura contemporanea rappresentata da “Fosca” (1873) tratta dal romanzo dello scapigliato Tarchetti.
Il nuovo libretto toccava un tema centrale nel dibattito politico-sociale brasiliano di quegli anni, ovvero l’abolizione della schiavitù realizzata, poco tempo prima,  dalla Reggente dell’Impero, Isabella “A Redentora” con la “Lei Aurea” del 1888.  Un tema mai spinoso che a lungo aveva opposto le spinte progressiste della famiglia imperiale, alle resistenze dei grandi latifondisti produttori di caffè e che trovava nell’opera di Gomes la perfetta celebrazione. Il libretto riporta idealmente la tematica di attualità al’inizio  della storia moderna brasiliana,  nel XVI secolo, esaltando  la creazione di una nuova identità nazionale che vada oltre  le origini etniche – europee o indigene – nella superiore consapevolezza di un’appartenenza comune.
Purtroppo il modesto libretto di Rodolfo Pallavicini tende a diluire  gli interessanti spunti ideali in un triangolo amoroso convenzionale.
Musicalmente l’opera risente dello stile verdiano della formazione di  Gomes, con  suggestioni francesi, in particolare nel III e IV atto presenta caratteri di spiccata originalità. Le qualità migliori di Gomes sono probabilmente la raffinatezza della scrittura orchestrale – si apprezzi la magnifica “Alborada” chiamata a evocare l’alba sulla foresta brasiliana, con raffinate pennellate sonore che termina nella radiosa esplosione che celebra il trionfo del Sole – e la forza espressiva di quella corale. Più carenti di autentica invenzione melodica, i momenti solistici dove prevale una sorta di  declamato-arioso. In Gomesi prevale un gusto per le  atmosfere notturne, rarefatte e per un’espressività liricamente interiorizzata, lontana dalla platealità dell’ormai prossima stagione verista.
Nel segno dell’originalità delle proposte che da sempre lo caratterizzano il Teatro Lirico di Cagliari ha allestito nel marzo 2019 l’opera di Gomes spettacolo fortunatamente ora disponibile in DVD.
Il brasiliano John Neschling è forse il miglior conoscitore della musica di Gomes – a lui si deve la fondamentale edizione discografica de “Il Guarany” con Placido Domingo – e in questa  occasione mostra una perfetta adesione allo spirito di questa musica. Una lettura ricca di colori e di chiaroscuri, impostata a un morbido lirismo che esalta la scrittura di Gomes. Abile accompagnatore,  attento a sostenere ed esaltare le ragioni del canto, sempre ottimamente fuso al tessuto orchestrale. Un giusto merito va riconosciuto ai complessi cagliaritani – orchestra e coro – autori di una prova più che apprezzabile in tutte le sue componenti,  che contribuiscono in modo determinante alla riuscita dell’esecuzione.
Il cast vocale è omogeneo e fornisce una prova nell’insieme positiva. La parte  dello schiavo indigeno Iberè è affidata al baritono Andrea Borghini. Impegno non facile richiedendo il ruolo una ricchezza di fraseggio e una nobiltà di canto non indifferenti. Il giovane cantante si disimpegna in modo onorevole sfoggiando una voce robusta e un fraseggio mobile e vario,  capace di cogliere il sofferto eroismo del nobile schiavo, compensando ampiamente qualche durezza nella tessitura acuta. La protagonista femminile, Ilàra,  è incarnata da Svetla Vassileva a suo agio in un ruolo di carattere dalla natura lirica. Se il settore grave del voce è povero di suono, la personalità le qualità interpretive sono come sempre più che ragguardevoli e compensano i limiti della cantante. Massimiliano Pisapia è un Amerigo di buon afflato lirico dal canto luminoso e dall’accento partecipe, se  pur in un personaggio piuttisto  convenzionale. Elisa Balbo vocalmente e fisicamente, coglie il carattere un po’ nevrotico della Contessa di Boissy. Dongho Kim ha la giusta imponenza per rendere la gelida durezza del Conte Rodrigo. Tutte  positive le prove delle numerose parti di fianco.
La regia di Davide Garrattini Raimondi ha un taglio  evocativo. Sia le scene di Tiziano Santi dominate da “quinte vegetali” e dalla presenza di liane e radici arboree sia i gradevoli costumi di Domenico Franchi che richiamano sobriamente il rinascimento coloniale evocano, più che rappresentare direttamente, il contesto storico previsto dal libretto con risultati d’innegabile eleganza. La regia segue la vicenda con mano sicura, con chiarezza e senza stravolgimenti, con piccole ma intelligenti controscene che arricchiscono il quadro sociale e storico, come nel caso della Contessa de Boissy che dopo aver dato prova della propria apertura liberando gli schiavi si lava le mani, quasi disgustata di averli toccati o il taglio sacrificale – con tanto di implicazioni di cannibalismo rituale – con cui viene rappresentata la morte di Gianfèra.

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