Torino, Auditorium RAI: “Il giovane Puccini”

Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, di Torino.
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore
Michele Gamba
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Tenore
Giulio Pelligra
Baritono Markus Werba
Giacomo Puccini:  “Capriccio sinfonico”, SC56 per orchestra; “Le Villi”: Preludio e tregenda; Messa a quattro voci (Messa di Gloria) per soli, coro e orchestra.
Torino, 20 marzo 2024
L’OSN RAI ricorda il centenario pucciniano, il 29 novembre saranno cent’anni dalla morte del maestro lucchese, con questo straordinario concerto celebrativo, fuori stagione, incentrato sulla grande, per durata e dimensioni orchestrali, Messa a quattro voci, conosciuta anche come Messa di Gloria. L’occasione è straordinaria, non altrettanto il pubblico che si presenta piuttosto scarso. L’orchestra è al gran completo e, per la Messa, il Coro del Teatro Regio con l’accorta e preziosa guida di Ulisse Trabacchin, allinea la sua ottantina di elementi. Lo si sa: di Puccini non c’è più nulla da scoprire, essendo ogni sua opera notissima e ripresentata con fin esagerata frequenza. Quest’anno poi non si contano ovunque, in Italia e altrove, i titoli ripetuti che ne coprono l’intera produzione. Non ci sono scoperte e neppure, ed è più grave, edizioni critiche, pare infatti assodato che per i musicologi sia tutto chiaro e fissato definitivamente. Forse qualche ulteriore sforzo per precisarne i legami coi contesti artistico-musicali europei, sia suoi contemporanei, sia in evoluzione, potrebbe rivelarsi prezioso. Primi brani in programma, due pagine orchestrali: il “Capriccio Sinfonico” del 1883, quasi un saggio da diploma di conservatorio, che mescola echi wagneriani e scapigliati ad anticipazioni sia di Edgar che di Bohème. Se il tema del falso funerale di Edgar è più difficile da cogliere, vista la rarità di esecuzione di questa seconda opera dell’autore, l’avvio di Bohème colpisce anche perché suona inaspettato, come fosse collocato in un contesto inopportuno. È comunque indicativo di come delle melodie, ormai per noi paradigmatiche dell’autore, gli fossero effettivamente connaturati fin dai primi saggi di composizione.  Seguono due estratti da Le Villi: il preludio e la tregenda. In realtà gli interventi sarebbero tre, non si comprende perché il terzo l’abbandono, secondo in ordine cronologico nell’opera, sia qui stato tralasciato nonostante i soli otto minuti di durata del dittico. Se il preludio è poeticamente disteso e pateticamente romanticizzante, nella tregenda, nomen-omen, ottoni, corni, percussioni, compreso un immenso gong posto in bellavista, ci danno dentro a più non posso. L’OSN RAI brilla e il Maestro Michele Gamba, con indubbio gusto e moderazione, la guida su vie di affascinante discrezione che, se pur memori di Gioconde e di Mefistofeli, le monda da intemperanti sregolatezze. Puccini per quanto poco frequentatore, in vita, dei banchi di chiesa, si trovava a dover onorare cinque passate generazioni famigliari di organisti-compositori che avevano illustrato la cappella musicale del Duomo di Lucca. Con questa eredità sulle spalle, quando ventenne iniziò a metter mano alla sua Messa a quattro voci, nota in seguito come Messa di Gloria, lo fece con grande serietà e impegno. Gli studi alle spalle e in corso erano stati seri e approfonditi, i classici polifonisti post rinascimentali, con Palestrina in testa, gli erano sicuramente noti, come certamente lo erano i viennesi del periodo classico, nell’aria poi ancora risuonavano gli echi verdiani del Requiem e di tutto ciò e di tanto altro che a noi sfugge, in qualche modo fa tesoro. Tranquillo l’inizio del Kyrie, che viene introdotto da una melodia suadente dei violini con echi dei legni. I Christe intermedi, si drammatizzano con timpani ed ottoni, per riprendere poi la quiete col ritorno all’iniziale perorazione. Molto espanso, quasi la metà dell’opera per durata, il Gloria ha taglio e melodizzare inconfondibilmente operistico e profano. Nel Gratias agimus tibi si sfoga, quasi in dialogo col flauto, il solo tenorile di Giulio Pelligra. Il Finale Cum Sancto Spiritu è un’imponente e massiccia fuga doppia, quasi di tradizione barocca nordeuropea, in contrasto assoluto con le mollezze melodiche che la precedono. Molto più sbrigativo il Credo che parte con un momento corale assai assertivo. Si rinforza con ottoni nel Deum de Deo e si addolcisce nel descendit de coelis e trova la voce, non proprio a suo agio, del tenore solista, nell’Incarnatus. Si passa, con generico e sbrigativo patetismo corale, sul Crucifixus per approdare alle asserzioni trionfali, coro e fiati giubilanti, delle conferme di dottrina. Fugato morigerato nei due ultimi versetti e nell’amen finale. Il Sanctus che attacca come una monodia di sapore gregoriano, si esalta con gli ottoni negli intorni dell’Hosanna. Il Benedictus è tutto del baritono solista, l’ottimo Markus Werba qui poco impegnato. Werba e Pelligra si alternano nei due primi versetti dell’Agnus Dei, presentati in modo responsoriale col coro, per poi unirsi in piacevole duetto nel terzo e ultimo versetto e nella chiusa. L’Agnus ha la melodia del madrigale, cantato dal musico, del secondo atto di Manon Lescaut. Son passati tanti anni per cui ci si può esentare dal giudizio critico sull’opera. Riteniamo comunque eccellente l’esecuzione fornita dalla RAI che, se pur perfettibile, ha ben servito l’opera, l’autore e la ricorrenza. Di buon livello i solisti, a proprio agio il Coro del Regio anche grazie alla preziosa preparazione di Ulisse Trabacchin e, come sempre, ammirevole la prestazione dell’Orchestra esaltata dalla maestria e dalla consapevolezza stilistica di Michele Gamba. Il pubblico, benchè scarso, ha applaudito con calore ed entusiasmo.